Il cinema dei fratelli Wachowski si nutre di ossessioni ricorrenti: fato, predestinazione, antiche profezie, scenari post-apocalittici, una verità che lotta e si dibatte per emergere dalle tenebre in cui i difensori dell’ordine costituito l’hanno cacciata. Cloud atlas, diretto dai due assieme a Tom Tykwer (e tratto da un romanzo di David Mitchell), da questo punto di vista è esemplare persino più della saga di Matrix. Sceneggiatura e montaggio incastrano sei storie distinte, ambientate in epoche e in luoghi differenti, con i truccatissimi Tom Hanks, Hugh Grant, Halle Berry, Jim Broadbent, Bae Doona, Hugo Weaving, James D’Arcy, Jim Sturgess e Susan Sarandon chiamati ad interpretare più ruoli. Il racconto filmico fornisce così l’illusione di continuum spazio-temporale, in cui si dibattono un anziano editore “intrappolato” in una casa di riposo dei giorni nostri, una giornalista che, negli anni ’70, indaga su una centrale nucleare, un musicista scozzese d’inizio ‘900 che compone una sinfonia; e ancora, una clone vissuta nel 22° secolo, un avvocato che intraprende una traversata del Pacifico a metà ‘800, e Zachary, il quale, nel 2321, deve vedersela con la misteriosa Meronima…
Il trait d’union tra i personaggi e le loro storie è costituito da una serie di “reperti”, che attraversano terre, secoli, generazioni: una voglia a forma di stella cometa sulla pelle di alcuni, un diario di bordo, un’incantevole melodia, alcune lettere di innamorati. Sono, questi, i segni attraverso cui si realizza l’epifania dei protagonisti, consapevoli, chi più chi meno, di come la loro lotta contro lo status quo ai vari livelli (la famiglia, il sistema economico, l’ordine sociale, la morale comune) sia un fatto antichissimo e vitale, connesso con un’idea superiore, estrema, di libertà.
Cloud atlas, insomma, è cinema iniziatico, esoterico, misticheggiante in stile new-age. Un giocattolone ricchissimo (è il film indipendente più costoso mai realizzato) e spettacolare, infarcito di cliché sino all’esasperazione. Il vizio è il solito: strutturare ogni inquadratura, ogni dialogo, come se contenesse chissà quale rivelazione, trasformando il “sentimento oceanico” continuamente evocato in sbadiglio. Per 164 minuti, il film specula su una curiosità suscitata meccanicamente, su una commozione indotta da una sere di topos narrativi. La “teologia della liberazione” di Cloud atlas è un fumettone colossale, che sbanda sotto il peso di un’eccessiva mescolanza di toni (dal drammatico al grottesco) e generi (thriller, fantascienza, commedia, fantasy, storico, avventura). Il difetto peggiore, però, è un altro: la sua ipocrisia, il suo raccontare di ribellione e “rinascita” saccheggiando i trucchi più triti del colossal hollywoodiano. Un peccato, questo, imperdonabile.
