The Doors – The Doors

«Break on through to the other side», rompere gli indugi e spezzare gli argini, per fuggire «dall’altra parte»: così il primo brano di questo debutto dei Doors, targato 1967. E Jim Morrison e i suoi, a suon di poesia e voli psichedelici, le regole le infrangono tutte, sublimando le ansie di un’intera generazione, avida di libertà. Un percorso ideale, quello della band losangelina, che parte dai reperti della tradizione (il rock, il jazz, il blues) per inscenare un colossale parricidio – vedasi i Brecht & Weill di Alabama song (whisky bar), marziali e stralunati, e soprattutto The end, vero e proprio cerimoniale edipico (non a caso, in Apocalypse now fa da commento alla scena in cui Willard sacrifica il “padre” Kurtz).

Con Morrison, sono della partita Ray Manzarek, Robbie Krieger e John Densmore: è a loro tre che spetta il compito di dar sostanza musicale alle declamazioni solenni di quello che è lo sciamano per eccellenza del rock. Organo, chitarra e batteria disegnano trame dal gusto barocco con lo scopo di dar corpo ad un colossale trip lisergico, quello che spalanca le blakeiane “porte della percezione” ed affaccia sull’infinito. Ne vien fuori una musica spasmodica, tesa, violenta, eppure brumosa, languida, decadente.

Le accelerazioni impreviste della succitata Break on through (to the other side) e l’incedere incalzante di Soul kitchen, entrambe imparentate con la “musica del diavolo”, scivolano lentamente nella solenne Crystal ship, ballad della coscienza intorpidita (chimicamente?) e della percezione espansa. Light my fire è invece una superba ode erotica («forza, piccola, accendi il mio fuoco», ripete Morrison), perturbata dalla presenza di segni di Morte: il lungo intermezzo strumentale, dominato dalla chitarra latin di Krieger, è ipnotico ma via via sempre più teso. Alabama song, si diceva in apertura, è una cover, ma non la sola del disco: c’è anche il Willie Dixon d’annata di Back door man, che Morrison trasforma in una danza oscena, lasciva. La leggerezza di Take it as it comes e I looked at you depotenzia forse la suggestione di End of the night, lento viaggio lungo «l’autostrada per il termine della notte». Nulla può, però, contro i quasi dodici minuti a base di tintinnii raga di chitarra, fraseggi ossessivi di organo, epilessi ritmiche e recitati veementi di The end, poema epico sulla “Fine”, tra simbolismo (il «serpente», il «l’antico lago») e significati psicanalitici («Father, yes son, I want to kill you / Mother… I want to… fuck you»).

Basterebbe questo brano da solo a consegnare alla storia il debutto dei Doors, disco che segna una tappa fondamentale nel cammino del rock verso l’emancipazione e l’età adulta.

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