Green Day – ¡Tré!

2012, anno da dimenticare per i Green Day. Nel bilancio complessivo non pesano solo il concerto annullato all’I-Day di Bologna, il rehab di Armstrong e un tour cancellato/rinviato, ma anche una trilogia di album tutta da dimenticare. ¡Tré! è, per l’appunto, il capitolo conclusivo e la definitiva attestazione del fatto che Armstrong, Dirnt e Cool degli ultimi dodici mesi non c’hanno capito nulla. E pensare che i tre hanno pure anticipato l’uscita del disco (in origine programmata per il 15 gennaio), credendo di fare cosa gradita ai fan. Col senno di poi, forse era meglio lasciarlo nel cassetto, in mezzo a tutte le altre buone intenzioni inevase che caratterizzano quest’ultima fase della carriera della band.

Rispetto a ¡Uno! e ¡Dos!, ¡Tré! sceglie un approccio più morbido, quasi malinconico. Non cambia poi molto, però: le dodici tracce confermano come quella dei Green Day sia ormai una musica totalmente auto-referenziale, un intreccio di chitarre spianate, bassi pompati e drumming marziali che non ha vita all’infuori del consueto bacino di citazioni cui attinge avidamente. In alcuni casi (Brutal love, plagio del Sam Cooke di Bring it on home to me) l’operazione è esplicita; in altri un po’ meno: The forgotten, ballatona piano & orchestra, ha un assolo di chitarra claptoniano (nel senso deteriore). Drama queen, tra una strizzata d’occhio agli Oasis e una ai Kinks, trova il tempo di citare pure gli Zeppelin di Stairway to heaven. Sex, drug & violence, invece, sta tra Costello e i Jam di Paul Weller.

Dirty rotten bastards prova a rinverdire i fasti di American idiot (2004) con una mini-suite di sei minuti e mezzo, ma più che altro è fuori contesto, e persino un po’ patetica. La verità è che i Green Day di oggi sono quelli senza pretese di 99 revolutions (dedicata al movimento Occupy), Missing you, Amanda, Little boy named train e X-kid, con il loro punk-pop spicciolo e rabberciato. Rispetto a Dookie (1994), ma anche allo stesso American idiot, qui ci sono pochissime idee, ripetute sino alla nausea e senza brillantezza.

Tré! è un disco crepuscolare: parla di dolore, abbandono, sconfitta. «È tempo di andarsene», canta Armstrong in Walk away. Non è chiaro cosa accadrà in futuro: può anche darsi che il percorso discografico dei Green Day si arresti qui. Sarebbe forse la cosa migliore, visto com’è andato questo 2012…

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