Josh Tillman era stufo. Stufo di leccarsi le ferite, di piangersi addosso. Un bel giorno, ha preso «tanti funghi da strozzare un cavallo», è salito sulla sua macchina e si è lasciato alle spalle Seattle. Diretto dove? Da nessuna parte, ché lo scopo del viaggio non era certo raggiungere un posto, ma ritrovare se stesso, dopo un periodo di depressione e apatia creativa. I nuovi stimoli, Tillman li ritrova iniziando a scrivere un romanzo; ci vuole un po’, però questa “nuova voce” riesce a trasferirla anche in musica. Ed ecco, alla fine, Fear fun.
Prodotto da Jonathan Wilson, l’ottavo disco del songwriter americano è in realtà firmato Father John Misty: un modo come un altro, questo, per raccontarsi veramente, perché talvolta una maschera è il modo migliore per guardare in faccia la verità. Tillman s’è liberato ed ha liberato la propria musica da quel suo consueto tono un po’ troppo austero e intimista che, a lungo andare, da garanzia di sincerità rischiava di trasformarsi in un cliché come un altro. Fear fun è intriso di sogni bizzarri, allucinati, fughe hollywoodiane, sciamani canedesi, donne, cadaveri e pessime abitudini, a formare un’epica sgangherata, (auto)ironica ma non senza passaggi bui, sospesa tra crollo nervoso, doposbronza bukovskiano e pacata accettazione.
Parimenti, la musica è ricca e variopinta: Funtimes in Babylon e Only son of the ladyesman strizzano più di tutte l’occhio ai Fleet Foxes (in cui Tillman ha suonato la batteria fino a pochi mesi fa), ma comunque a modo loro. Nancy from now on, invece, sfodera battito disco e falsetto, pur se in un clima estatico, un pelo malinconico, mentre Hollywood forever cemetery sing tira fuori un po’ di unghie (e di ombre) e gioca col country-rock. E se I’m writing a novel e Tee pees 1-12 trasfigurano lo shuffle country in chiave assurdista, This is Sally Hatchet sta tra Elton John e i Radiohead di You and whose army – ovvero tra il roots-pop dei ’70 e certe inquietudini indie degli anni Zero. Retrò ed orchestrale, Now I’m learning to love the war ironizza sull’ipocrisia di certi colleghi artisti fissati con l’ambiente. Il brano, però, rischiara anche quell’ossessione per la morte che caratterizza il disco, con la pacifica ironia del verso conclusivo, «Now sure hope they make something useful out of me». La già citata Everyman needs a companion, posta in chiusura, ha venature spiritual che il testo ridimensiona in chiave laica: «Joseph Campbell and The Rolling Stones / Couldn’t give me a myth / So I had to write my own / Like I’m hung up on religion». Ed ecco, dunque, il “Padre” John Misty, ovvero l’alter-ego, la maschera semiseria che libera e dà pace. Bentornato Tillman.
