La musica dei Fauve! Gegen a Rhino è movimento? No: è ricordo del movimento, loop incastonato nello spettro sonoro – un gesto congelato nell’atto (eterno) di offrirsi e che dunque non si compie mai realmente. Con quest’ennesima prova (in realtà una trilogia di EP pubblicati in origine solo online), i toscani portano alle estreme conseguenze la loro estetica frammentata, inaugurata con Geben ed esaltata da Namegivers’ avenue (entrambi del 2010). Polemos è il demone della guerra: al centro delle quindici tracce c’è la lotta come «modalità di origine dell’evento», il conflitto come elemento fondativo di ogni aspetto della quotidianità («il Polemos è il padre di tutte le cose», scriveva Eraclito), arte inclusa. Non a caso, l’album segna la scissione tra, da un lato, Andrea Lulli e Riccardo Gorone, e dall’altro Matteo Moca, fuoriuscito dal gruppo dopo la registrazione del primo EP.
Tre tempi, dunque: When you’re dancing you’re struggling, When you‘re struggling you‘re winning e When you’re winning you’re losing. Ovvero lo scontro, l’equilibrio (fasullo) e la battaglia finale, una vittoria di Pirro, che nega la possibilità di una stabilità duratura e attesta la caducità di ogni cosa. Tutto questo raccontato attraverso un impasto minimale di techno, ambient, avant-garde e psichedelia, un’orchestrazione di microeventi sonori che strutturano un perimetro vitale all’esterno del quale c’è soltanto il nulla. Ecco, dunque, l’illusione del movimento: quella di Lulli e Gorone è una musica “verticale”, non “orizzontale”, con loop, droni e risacche sintetiche ad inscenare spesso una lotta che, in realtà, è cristallizzata in un attimo infinito (Resistor-inductor, Auriga, Bayeux tapestry). Lo scontro, insomma, è già ricomposto: la dinamica è tutta interiore, avviene ad un livello talmente “micro” da risultare impercettibile.
L’insieme è però affascinante. Terribilmente affascinante. Polemos è un mistero non perché non sappiamo come evolvano le tensioni (sonore) in campo, ma per il modo in cui la stilizzazione del digitale agisce sulle tracce, sino a rendere irreali, ad esempio, gli affreschi etno-ancestrali di Ghazanavids-seljuq, The word before e Serse. Le “macchine”, qui, compiono un’intrigante operazione mimetica, riducono le melodie a poco più che un’impressione (Ottakring), polverizzano residui di jazz (Kai entaultha) o tentano riedizioni “aliene” della musica da camera (Lepanto), con effetti sempre imprevedibili, stranianti, che aprono a suggestioni potenzialmente infinite. Eccolo, alla fine, il movimento: quello sinestetico, inconscio, di/in chi ascolta.
Polemos, dunque, gioca con i suoni e immortala un’idea di divenire, una sua rappresentazione. E il tutto senza accademismi, lanciando “parlare” l’elettronica. Un bel colpo davvero.
