La musica dei Raime è fredda, crudele, spietata. Non cerca calore, non ne offre, se ne sta lì a fissarti con sguardo privo di espressione. Non ti si concede, semmai è l’opposto: sei tu che ti concedi a lei. Sei tu l’accidente che ne incrocia la traiettoria vitale, non viceversa. Lei c’è da sempre e sempre ci sarà, è movimento eterno, perpetuo – purissimo, perché slegato dalla contingenza, dalla causalità. I beat e i droni di Joe Andrews e Tom Halstead questo movimento lo imbrigliano un po’, quel tanto che basta a dargli una forma più o meno accettabile, decodificabile; per il resto, lasciano aperti moltissimi spiragli ad un’inquietudine che si muove sotterranea e vive nella minaccia perenne di un’esplosione che, nei fatti, non arriva mai.
Il duo britannico si muove tra suggestioni post-industriali e sentori goth per affrescare sette quadretti di cinematico spessore. Non succede molto in Passed over trail: solo uno sciabordio di onde pigre, nere come la pece, ma tanto basta a creare una cappa opprimente, un senso di incertezza sgradevole. Lo sguardo dei Raime si limita a scrutare la superficie – si fa superficie, luccicante ed opaca: sembra liscia, e invece nasconde asperità affilate – come i beat di Exist in the repeat of pratice, che se poco poco li lasci fare, alla fine ti scorticano senza che tu te ne renda conto. I synth minimalisti di The walker in blast and bottle poggiano su un pattern metronomico: sconquassi digitali, come sassi lanciati in uno stagno, generano riverberi profondissimi. È una natura ostile, quella in cui siamo catapultati, carica di segreti terribili, di mostri che spiano da dietro l’angolo. È, questa musica, “ambientale” nella misura in cui rifugge da ogni protagonismo, da ogni scelta di punto di vista, per suggerire, invece, l’identificazione con uno spazio, magari ricostruito attingendo ai recessi del nostro immaginario. Soil and colts, ad esempio, scandisce una lenta e meccanica passeggiata in un corridoio infinito, popolato di interferenze aliene e voci fantasmatiche. Your cast will die alla processione infernale aggiunge il cadavere di una chitarra, trascinata per i capelli, che affida al delirio i suoi ultimi fiati. La conclusiva The dimming of road and rights rimane lì, a fluttuare tra sparute percussioni e iterazioni sintetiche. Non tenta neppure per un’istante la via della catarsi: qui la redenzione è semplicemente un fatto impensabile perché non c’è colpa e non c’è scelta. Solo necessità.
Andrews e Halstead, insomma, hanno realizzato un bel saggio postmoderno ricco di implicazioni, tutte da esplorare, un blob di suoni che passa e secca ogni spasmo vitale con la sua gelida indifferenza.
