Chi è Rover? Storia personale, nome, persino il volto (un po’ Gerard Depardieu, un po’ Meat Loaf): tutto di lui sembra fatto apposta per confondere. È, Rover, un prodotto genuino dei nostri tempi, fatti di mescolanze, migrazioni, improbabili crossover culturali ed altrettanto temerari cortocircuiti spazio-temporali. In lui si uniscono, insomma, il tratto migliore e il tratto peggiore della nostra epoca, vale a dire una genuina propensione al sincretismo ed una altrettanto genuina nostalgia.
Già, la nostalgia: pur avendo alle spalle una militanza in una punk-band, Timothée Régnier (questo il suo vero nome) è cresciuto nell’adorazione di Brian Wilson, Beatles e David Bowie, del “Pop”, insomma, con la “p” maiuscola. In quest’album di debutto il passato – quel passato, così grande, denso, importante – gioca un ruolo fondamentale: ma Régnier, pur evidentemente consapevole delle sue fisime, non vi si lascia dominare completamente. Nelle undici tracce, Rover non scade nell’imitazione pedissequa, è bravo a ritagliarsi il suo spazio, facendo leva su alcuni piccoli particolari che all’inizio non noti ma che poi, in realtà, fanno il pezzo. Sulla paternità bowiana di Carry on, ad esempio, non si discute (forti le assonanze con Life on Mars?); e però che ci fa lì quel synth à la Grandaddy? Per rimanere in tema di revivalismi, Tonight sfodera un basso pulsante stile Interpol (evocati anche – splendidamente – in Remember), salvo poi cedere alle lusinghe di un falsetto à la Matt Bellamy e trasformarsi in altro. Ovviamente non è il dettaglio in sé il punto, ma il modo in cui Régnier gioca con te: ti fa credere di aver capito tutto, e invece non hai capito proprio nulla, la melodia è lì che ma non ti si offre mai fino in fondo, mantiene sempre un po’ di mistero per sé.
Teatralità, glam, romanticismo: il nostro non si risparmia e non ci risparmia nessuno stereotipo da bardo sentimentale, ma ne vien fuori Full of grace, pieno di grazia. Rover non farà sfracelli, non cambierà il mondo, ma porta con sé un ammirevole rispetto, ai confini del sacro, per quell’arte “povera” che è il pop. Roba d’altri tempi – direbbero i nostalgici…
