«Quando il bambino era bambino, / se ne andava a braccia appese, / voleva che il ruscello fosse un fiume, / il fiume un torrente, / e questa pozza, il mare»: con questa strofa comincia la celebre poesia di Peter Handke, leitmotiv che percorre tutto l’emozionante Der Himmel über Berlin, Il cielo sopra Berlino. Girato due anni prima della caduta del Muro, il film di Wim Wenders, Palma d’oro a Cannes per la migliore regia, rappresenta un manifesto di speranza in cui proprio il cielo unisce idealmente due terre (Germania Est ed Ovest) e due mondi (capitalismo occidentale – comunismo sovietico), inscenando il doloroso passato e il desiderio di futuro di Berlino.
La storia è una storia di angeli, Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander), che ascoltano i pensieri, le gioie, le preoccupazioni delle persone che girano per la città. Vagando per le strade, Damiel si imbatte nella trapezista infelice Marion (Solveig Dommartin), che lavora in un circo e si dondola anche lei come un angelo («ma che angelo e angelo. Vaffanculo. Non posso volare con questi affari!»). Vive da sola, e nel suo camper balla al suono di un disco di Nick Cave. «Come devo vivere? […] Come devo pensare? – si chiede Marion – So così poco. […] Nostalgia, nostalgia di un’onda d’amore che salga dentro di me. E questo mi rende così incapace: l’assenza di piacere. Il piacere d’amare». Il monologo viene ascoltato da Damiel, il quale si innamora della ragazza. Quando viene riconosciuto da Peter Falk (proprio lui, il tenente Colombo), un ex angelo che ha rinunciato alla sua natura divina per vivere nel mondo (ora è a Berlino per girare un film sulla Germania nazista), Damiel decide definitivamente di diventare umano. Tempo dopo, ad un concerto di Nick Cave, il protagonista s’imbatte in Marion: lei gli parla come se lo conoscesse da sempre.
Quella che ritrae Wenders è una Berlino metafisica, immobile, vuota (Potsdamer Platz), scheletrica (la stazione di Anhalter Bahnhof), una città colpita, malata, di cui gli angeli rappresentano la coscienza ferita. Schiacciata dal peso del suo passato, offesa dalla Storia, la Berlino di Wenders non smette però mai di interrogarsi sul proprio futuro, con lo sguardo infantile e innocente del bambino. Nella sceneggiatura (scritta con il contribuito di Handke ed ispirata ai versi di Rainer Maria Rilke), pensieri, dialoghi e monologhi si intrecciano con tono lirico: il risultato è un atto d’amore “fino alla fine del mondo” per una città abbandonata da Dio ma non dagli angeli. «Ogni angelo è terribile», scrive Rilke, ma gli angeli donano poesia e stupore, e «lo stupore – dice Damiel – è quello che rende uomini».
