Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è un libro che fa rumore. Leggerlo è come sporgersi dalla finestra di una casa nel centro di una grande città. Magari Roma. L’occhio davanti alla scena viene attratto di volta in volta da un particolare, mentre l’orecchio registra il costante chiacchiericcio di sottofondo, fatto di dialetti e voci diverse
Siamo nella capitale, durante il periodo fascista, è il 1927. In un palazzo di via Merulana, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, vengono commessi due crimini. La contessa Menegazzi viene derubata e Liliana Balducci brutalmente uccisa. Ad indagare sui due fatti è il commissario della Squadra Mobile, il molisano Francesco Ingravallo (Ciccio).
La struttura del libro richiama quella di un romanzo giallo. Apparentemente gli elementi ci sono tutti. Manca però una componente fondamentale: la vittoria della razionalità sulle ombre che minano la stabilità quotidiana. Il commissario è convinto che ogni effetto sia determinato da una pluralità di cause. Il metodo che usa per condurre le indagini sembra non portare a niente: Ingravallo procede infatti per accumulo più che per semplificazione. Ad un certo punto l’inchiesta sembra quasi perdersi nel magma degli indizi, delle considerazioni, delle descrizioni che riempiono pagine e pagine.
Il commissario si fa portavoce della filosofia gaddiana, rivelando la chiave dell’atteggiamento che lo scrittore ha avuto in primo luogo nei confronti della materia letteraria. Gadda non vuole riordinarla, non sta cercando di proporre attraverso la scrittura lo scioglimento della complessità del reale: vuole registrarla. Il Pasticciaccio (con cui Calvino non a caso apre la sua “lezione sulla Molteplicità”) è un romanzo stratificato. Pieno di cose, di storia, di filosofia e di letteratura. Tutto si mescola, tutto è collegato. La tendenza del romanzo a farsi enciclopedia comporta l’impossibilità di un linguaggio puro. Il pastiche gaddiano (fatto di italiano, di dialetti, di forme colte, parole straniere) sporca la letteratura di quotidianità e di concretezza. Lo scrittore non si preoccupa di razionalizzare l’intreccio di voci che ascolta, piuttosto segue i fili cui sono legati il narratore, il commissario ed i vari personaggi secondari, riproducendo un labirinto di relazioni tra fatti e persone, che, più che espandersi spazialmente, si raggomitola.
Il lettore, catapultato in una storia di cui cerca la soluzione, è affascinato da una scrittura così vitale, ma anche frustrato e frastornato, perché impreparato nel seguire le traiettorie di un personaggio più interessato al percorso che alla meta finale.




