«Ho avuto quello che volevo nella vita. I figli, la famiglia, la gloria, il dolore. Il dolore è una grande forza propulsiva. Il dolore è una cosa che fa creare. È che gli altri hanno paura del dolore, io no». È attenta, Alda Merini, mentre pronuncia queste parole. I suoi occhi si muovono a destra e a sinistra tra i ricordi di una vita nascosti nel disordine della casa. Poi si alzano, fissi e profondi, per sottolineare la verità di quell’“io no”. Il dolore lei lo ha attraversato, sopravvivendo ad oltre dieci anni di internamento in manicomio. E proprio dall’esplorazione di quest’esperienza, coincisa con un lungo silenzio creativo, nascerà una delle raccolte più belle della poetessa, La Terra Santa.
La metafora biblicoevangelica che percorre la raccolta è evidente fin dal titolo. Il manicomio è stato la sua Gerico, la sua Palestina, il suo «monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta». Incapace di comprendere le motivazioni di quell’internamento, la poetessa lo sente come un castigo divino che nasconde però il segno di una predilezione. Come quello ebraico, anche il popolo dei manicomi è stato strappato alla propria casa, ha perso la propria origine, vaga alla ricerca della verità. Al tempo stesso ospita il seme della resurrezione.
Leggendo le poesie della raccolta si sente forte questa doppia dimensione. Ci sono le violenze, i «sanguinari cuscini», le urla, gli elettrochoc, i corpi nudi, le flebo, gli occhi impazziti dei malati. Ma «anche la malattia è matrice di vita». E nel manicomio la vita passa attraverso l’amore. Il corpo, percepito a volte come prigione, diventa quindi lo strumento attraverso cui rigenerarsi dalle violenze della reclusione: «perché l’indomani sarei / morta ancora di orrore / ma la sera, oh la sera / nei giardini del manicomio / a volte io facevo all’amore / con uno disperato come me / in una grotta di orrore».
Il canto della Merini rinasce più intenso e lucido di prima dal confronto con la morte. Lei, il grande albatro «dal bianco ventre gentile» cui hanno tagliato la gola, lei, legata a terra da «una lunga pesante catena d’angoscia», lei, morsa «da un’ape velenosa», ritrova sua madre, la sua poesia, e con essa se stessa, là dove tanti altri si sono persi. Come i grandi poeti che «hanno un corpo per tutti / e una universale memoria», la Merini, partendo dalla terribile concretezza del manicomio, ripercorre il destino di tutta l’umanità, condensando nei suoi versi l’inestricabile legame tra l’amore e la morte.




