Mark Eitzel – Don’t be a stranger

C’è mancato poco, un soffio davvero. Il cuore, muscolo nobile, dotato della sua intelligenza, della sua logica, ancorché a volte indecifrabile – il cuore, talvolta, gioca brutti tiri. Per colpa del cuore, Mark Eitzel ha rischiato di dirci addio l’anno scorso: un infarto l’ha tenuto fuori dai giochi per parecchi mesi, mandando definitivamente gambe all’aria la reunion dei suoi American Music Club. E sempre un inciampo del cuore ha portato via Tim Mooney, storico drummer della band, al punto che la fortuna sembrava aver preso a girare lontano da San Francisco. Poi, però, la dea bendata deve essersi ricreduta: un amico di Mark ha vinto alla lotteria e ha finanziato il disco che il songwriter (nel frattempo dissanguatosi per coprire le spese mediche) aveva in preparazione da tempo.

Don’t be a stranger ha avuto, dunque, un parto travagliato. Eppure suona leggero, diretto, è il più accessibile degli album di Eitzel (con questo siamo a undici solisti, più i nove con gli AMC: un bel bottino). I ritmi, ovviamente, sono lenti (il buon Mark non è mai stato un rocker) e la malinconia è sempre dietro l’angolo: pianoforte, chitarra, archi e synth stendono un ponte tra folk, soul e jazz, con una levità tra l’ambientale e il lounge, ma senza svenevolezze stereotipiche. Una Lament for Bobo the Clown o una Your waiting nelle mani di un altro si sarebbero trasformate presto in altrettanti esercizi di autocompiacimento, ma qui no, qui brillano incontaminate in tutta la loro grazia notturna. I know the bill is due e Costumed characters face dangers while at the workplace denunciano come le radici dell’operazione siano “classiche” (rispettivamente, Nick Drake e Leonard Cohen). Del resto, pure gli American Music Club partivano da materiale della tradizione: ciò che distingue Eitzel dai cloni dei songwriter anni ’60 è proprio la sua capacità di fagocitare e non di farsi fagocitare da un sound, di impossessarsene per rimodellarlo a proprio piacimento, svuotandolo dei cliché. Trasuda classe da tutti i pori Don’t be a stranger: I love you but you’re dead (scritta dopo aver assistito ad un concerto dei punk-rocker Destroy All Monsters) è poesia pura sin dalle prime battute («Let’s go toast to twilight / At the old horror house»). Qui, come in tutto il disco, disperazione e malinconia vanno a braccetto con l’ironia, in un mix equilibrato. La ricetta è un segreto, ben custodito nella cassaforte di un cuore un po’ ballerino ma assai prodigo, quel cuore che fa di Mark Eitzel uno dei grandi poeti del rock alternativo.

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