Donald Fagen – Sunken condos

Donald Fagen era quello “cool”. Basta guardare la copertina di The nightfly (1982), il suo primo album solista, per rendersene conto. Sigaretta accesa ed espressione intensa, vestito bene che sembrava un figurino, il nostro, in quella cover, era immortalato nell’atto di parlare ad un microfono, speaker radiofonico che fa le ore piccole, stanco ma in fondo (c’è da scommetterci) contento. Era quello nostalgico Fagen. Sempre The nightfly brillava di una luce tra malinconia e brio nel raccontare, un po’ ricostruendola e un po’ immaginandola, l’America della “nuova frontiera”, della Guerra Fredda. The nightfly, punto di riferimento nella carriera di Fagen e, insieme, tra i massimi prodotti della scuola pop anni ’80, disco che portava a naturale compimento le istanze sofisti-jazz degli Steely Dan, che Donald aveva fondato quasi vent’anni prima assieme all’amico Walter Becker, e in quel momento in pausa (ci resteranno fino al 2000).

The nightfly, insomma, come unità di misura di ogni release di Fagen, compresa quest’ultima, la quarta di una carriera che ha preferito dosare le energie creative piuttosto che sperperarle. Ora, pretendere da Donald l’energia e lo smalto di tre decenni fa sarebbe ingiusto; tuttavia, il rispetto per la qualità della sua produzione artistica non può e non deve esimerci dal far notare come Sunken condos sia poco più che uno scherzetto. Certo, ci sono il funk, il soul, il jazz, il blues, il pop e il rock, tutto l’ABC sonoro degli Steely Dan, insomma; c’è l’eleganza, e quell’aria un po’ snob che Fagen, solo o in coppia, s’è sempre portato appresso. Per quanto nobili nelle intenzioni e raffinate nella confezione, Slinky thing, Memorabilia e Wheather in my head non hanno però la reale statura di classici, perché si lasciano sopraffare dagli stereotipi (Wheather in my head, in particolare, è un calco di The thrill is gone e del blues di Chicago). Out of the ghetto, cover di Isaac Hayes, è groovy il giusto, ma chiunque avrebbe potuto rifarla così. Le idee nuove sono poche davvero, e quando la concentrazione cala, si scade inevitabilmente nell’autocitazione (Miss Marlene potrebbe tranquillamente essere un outtake di The nightfly).

Non bastano, quindi, una produzione impeccabile (Fagen e Michael Leonhart) e il solito pugno di session man di altissimo livello: Sunken condos difetta nel manico, nelle canzoni, nel loro ostinato rifiuto dell’idea che il tempo sia trascorso, e che non sia più il 1982 o il 1960. È, però, un album divertito, trasuda quella leggerezza astuta, tipicamente fageniana, che gli vieta la seriosità più pomposa. E dunque, come si fa a voler male ad un disco così?

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