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Ingmar Bergman – Il settimo sigillo

Due uomini, sdraiati su una spiaggia. Il primo è Antonius Block, nobile cavaliere; il secondo Jöns, il suo fedele scudiero. Sono appena tornati dalle Crociate, stanchi e provati da anni di battaglie. Ad un tratto, compare una figura nerovestita. «Chi sei? », chiede Block. «Sono la Morte». «È da molto – dice – che ti cammino accanto». Ma Antonius non è pronto a venire via con lei, e così le lancia una sfida. A scacchi. «Voglio sapere fino a che punto saprò resisterti, e se dando scacco alla Morte avrò salva la vita», spiega il nobiluomo.

 

Il settimo sigillo, capolavoro di Ingmar Bergman, nasce da una pièce teatrale, Pittura su legno, che il regista scrisse quando era ancora insegnante alla Scuola d’arte drammatica di Malmö. Attingendo all’iconografia nordica (Il cavaliere, la Morte e il Diavolo di Albrecht Dürer) e alle ballate popolari, Bergman dà vita ad un Medioevo a-storico, luogo di oscurantismo e barbarie, sul quale si staglia la disperata ricerca del divino di Block, ossessionato dall’idea di «sapere senza fede, senza ipotesi». Compare qui il tema, caro a Bergman, del “silenzio di Dio” (poi sviluppato diffusamente nella trilogia Come in uno specchioLuci d’invernoIl silenzio), un silenzio che genera disperazione, vuoto interiore, precipitando l’uomo (e con esso il mondo intero) nella follia. Block vorrebbe “ucciderlo” quel Dio che non si mostra e non parla, ma non può: in lui rimane l’eco di uno «struggente richiamo». Richiamo al quale il “materialista” Jöns è completamente sordo: nella dialettica interna al film, lo scudiero incarna infatti una sorta di “ribellione” laica contro la Morte e la paura dell’ignoto.

Streghe arse sul rogo, processioni di flagellanti e primi contagi della peste che avanza si disseminano lungo il tragitto che Block, Jöns ed alcuni improvvisati compagni di viaggio (tra questi, il saltimbanco Jof e la sua famiglia) percorrono per raggiungere il castello del primo, segni inequivocabili di un’Apocalisse imminente (stando all’evangelista Giovanni, i sette sigilli sono quelli che chiudono l’ultimo libro della Bibbia). Pur nella cupezza dell’insieme, però, qualche nota lieta c’è. Se Block chiede alla Morte una dilazione non è in realtà per se stesso, ma per fare qualcosa di buono. E ci riesce: consente a Jof e ai suoi di allontanarsi, sottraendoli così alla falce dell’Oscura Signora. Ecco quindi l’amore come speranza e (forse) riflesso dell’esistenza di Dio, piccola vittoria nella sostanziale sconfitta.

Ancora una volta, insomma, Bergman non giunge a soluzioni facili, fa del dubbio il suo punto di forza, la sua ricchezza, che eleva Il settimo sigillo a snodo cruciale di un percorso poetico di gran fascino e coerenza.