Ultraísta – Ultraísta

C’è qualcosa di non perfettamente a fuoco in questo debutto discografico degli Ultraísta. «It’s a strange formula», canta Laura Bettinson nella quarta traccia, e nonostante si tratti di tutto meno che di un album travolgente, l’LP ha dalla sua un quid che lo rende difficilmente classificabile, e quindi intrigante. All’apparenza, si tratta di un congegno electro-pop con derivazioni dreamy, messo insieme dal tipico trio vocalist + producer (accanto alla Bettinson, nientemeno che il “sesto RadioheadNigel Godrich e il collega Joey Waronker, anche drummer di Beck); ad un esame più attento, però, non sfuggiranno le implicazioni metalinguistiche dell’intera operazione. Non è tanto (o non è solo) questione di testi, che, tra una confessione privata e l’altra, specchiano l’esperienza dell’ascolto nel mentre questa si dà («Return to the sound from the roof of my mouth» è un altro verso abbastanza esplicativo). Ci si mette anche la musica: beat meccanici, synth granulosi e fraseggi ariosi di tastiere, con il loro algido distacco, danno vita a strutture trasparenti, col risultato paradosso di apparire ancor più enigmatici.

Dal momento che Godrich è quello che è (ovvero il producer di una delle band fondamentali degli ultimi anni) e che Waronker pure ha affiliazioni “yorkeiane” (l’anello di congiunzione è Atoms for Peace, progetto di cui fa parte anche Godrich), è ovvio che il sound degli Ultraísta non potesse non essere debitore in qualche modo di album come Kid A, The king of limbs e The eraser (il disco solista di Yorke). Sarebbe ingiusto, però, liquidare tutto come una banale emulazione: Ultraísta (alla cui scrittura, ricordiamolo, Bettinson ha contribuito da pari) mostra personalità e idee non di seconda mano. Gli aromi etno di Bad insect, la qualità quasi ambientale di Party line (intrisa di morbidezza soul), la new-wave di Our song, i riverberi ipnagogici di Gold dayzz e la suadente Strange formula hanno vita al di là delle citazioni, più o meno esplicite. A penalizzare il disco è semmai una certa monotonia degli arrangiamenti: qualche cromìa in più avrebbe certamente giovato, ma come debutto, questo degli Ultraísta è sicuramente buono, tanto più che (Garbage docet) non sempre i “dischi dei produttori”, per quanto grandi siano i nomi coinvolti, hanno sostanza fuori della cura maniacale del sound.

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