Jonathan Safran Foer – Molto forte, incredibilmente vicino

Molti autori americani dopo l’11 settembre si sono inevitabilmente trovati a fare i conti con quella che è stata la più grande tragedia degli Stati Uniti. Il modo più originale e coraggioso di raccontarla è forse stato quello scelto da Jonathan Safran Foer: mettere in scena un bambino, Oskar Schell, newyorkese di nove anni che ha perso il padre negli attentati.

A un anno di distanza dai fatti, Oskar cerca ancora disperatamente di sostituire il genitore. Ci prova scrivendo lettere a vari scienziati (per esempio Stephen Hawking), affinché lo prendano come pupillo, e con le sue invenzioni: un bollitore che imiti la voce del padre, una camicia di becchime per consentire agli uomini di volare, grattacieli per i morti che si stendono verso il basso… Capita così che, preso dalla nostalgia, Oskar inizi un’esplorazione della stanza del padre per immergersi nuovamente nelle sue cose, ed è in questa occasione che si imbatte in un piccolo vaso azzurro contenente una chiave e un cognome: Black.

La scoperta stuzzica la voglia di avventura di Oskar, che inizia un viaggio per i cinque distretti di New York alla ricerca del signor Black e della serratura che la misteriosa chiave apre. Da questo viaggio, attraverso le esperienze che farà e le persone che incontrerà, Oskar tornerà più maturo, riuscirà a smettere di rifuggire il suo dolore, trovando il coraggio di affrontarlo e, infine, comprenderlo.

Alla storia di Oskar si intrecciano inoltre altre due voci narranti che moltiplicano i punti di vista: la prima è quella del nonno del ragazzo, che a seguito di un grave lutto ha progressivamente perso la capacità di parlare e si esprime attraverso la scrittura; l’altra voce narrante è invece quella della nonna di Oskar, che abita in un appartamento di fronte a quello del nipote e, raccontando della sua storia d’amore con Thomas (il nonno), parla dei suoi sentimenti.

Molto forte, incredibilmente vicino racconta una vicenda estremamente tragica con la dolce, ingenua e inevitabile leggerezza di un bambino di nove anni. È un libro capace di far ridere e sorridere amaramente; è un romanzo di formazione, dove il protagonista-bambino si trova a fare i conti con l’esperienza del dolore scoprendo, dopo aver tentato a lungo di evitarlo, che al dolore non si scappa. È un invito ad andare avanti, senza dimenticare di voltarsi indietro.