È piuttosto difficile stabilire se per pubblicare un album come The 2nd law serva più faccia tosta o incoscienza. Figli dell’estetica rock più bombastica e kitsch degli anni ’70 (Queen e l’AOR), i Muse, nel corso della loro carriera, hanno sfidato più volte le regole del buongusto, spesso vincendo, seppur di misura (Origin of simmetry, Absolution), o almeno chiudendo in pareggio (Black holes and revelations, The resistance). Ora, però, la resa dei conti è arrivata: The 2nd law esaspera tutti i difetti possibili del trio, senza elencarne neanche un pregio.
Quella dei Muse è sempre stata un’arte “a tesi”, interessante nelle premesse, a tratti persino suggestiva, ma fiacca nello sviluppo e, anche nei momenti migliori, deludente nelle conclusioni. In The 2nd law tutto si svolge secondo il copione consueto. Da un lato, lo “zuccherino” di un programma allettante, con l’intento dichiarato da Bellamy di offrire, attraverso le canzoni, una «lettura filosofica» della crisi economica e di un contesto sociale «privo di vera energia umana» (e di dispersione energetica parla il secondo principio della termodinamica cui allude il titolo); dall’altro, proprio le canzoni, fragili, impacciate, banali, pacchiane, a invalidare ogni aspirazione iniziale, certificandola come velleità.
È nato male The 2nd law. Già il primo singolo, Survival (colonna sonora di Londra 2012), suonava come un’orrenda parodia del titanismo romantico della band. Col senno di poi, però, possiamo dire che non si trattava neppure del punto più basso del disco. Il funk-metal di Panic station (fortissima l’influenza dei Queen), il crescendo venato U2 di Madness, la psichedelica Save me e la più rude Liquid state (entrambe cantate da un anonimo Chis Wolstenholme), più che dimostrare eclettismo, denunciano una terribile confusione, la stessa in base alla quale si è preteso di vendere per dubstep quel cumulo irrisolto di beat sintetici, chitarre taglienti e manipolazioni vocali che è Unsustainable. C’è ovviamente anche il plagio, giusto per non farsi mancare niente: in Supremacy, tra un falsetto, una schitarrata e una tromba mariachi, si scorge nettamente Kashmir dei Led Zeppelin.
Lungi dal suscitare il brivido che la sceneggiatura di un’apocalisse postmoderna dovrebbe (Isolated system è uno scherzo per bambini), The 2nd law si muove senza un baricentro preciso, va alla deriva, spaurito e vuoto, in un mare di buone intenzioni. Di cui, si sa, è lastricato l’inferno.
