È un rock di buona qualità strumentale quello dei Band of Horses, ben scritto, educato. Troppo educato. Mirage rock, quarto capitolo dell’avventura artistica di Ben Bridwell e compari, funziona quando sta sulle sue, quando rifà il verso a Neil Young e alla West Coast anni ’70 e non alza la voce. Quando cede alla morbidezza, come in How to live o in Shut-in tourist, non quando accelera il passo: Knock knock, ad esempio, tutta chitarre serrate e muscoli, è prevedibile, un po’ noiosa, anche se perfettamente costruita. Il punto è proprio questo: Bridwell è un ottimo songwriter, di quelli che potrebbero sfornare una ballata al minuto senza cedimenti. Roba, insomma, da ABC della perfetta canzone (roots). Va da sé che la brillantezza diventa così opzionale, al pari della lucidità. Di tanto in tanto, infatti, Mirage rock strafà: per esempio quando pretende di alternare piano e forte, velocità e rilassatezza, come in Dumbster world, che parte e chiude sulla falsariga di Iron & Wine ma nel mezzo s’ingrossa come neanche i Gaslight Anthem oserebbero. L’errore è doppio, perché spezza anche la compattezza di un LP sino a quel momento scorrevole, anche se inficiato da una cronica mancanza di idee effettivamente nuove (Slow cruel hands of time, tanto per citare uno dei passaggi migliori, sembra uno scarto degli Eagles). Altro esperimento è Electric music, un po’ Creedence Clearwater Revival un po’ Rolling Stones: buona, ma terminato l’ascolto è difficile che ti rimanga in mente.
Di pari passo con i testi, quadretti disimpegnati ed ordinari, con un tocco di romanticismo e molto “americani”, le melodie procedono per convenzioni, al punto tale che le canzoni nel loro complesso sembrano avere lo stesso spessore delle scenografie di cartone di certi western di serie B. Heartbreak on the 101, con la sua chitarra riverberata, gli archi e l’interpretazione appassionata, dovrebbe rappresentare il picco di intimità del disco e invece anche lei rimane al palo, indecisa su cosa essere da grande. Altri avrebbero approfittato del cambio di tempo in chiusura di How to live per lanciarsi magari in una jam scatenata: non i Band of Horses, che s’accontentano di archiviare la pratica già pensando al resto della scaletta. Mirage rock è, per l’appunto, come un miraggio: bello esteticamente, ma fasullo. Quando ti avvicini per afferrarlo, svanisce impietosamente: rimane solo il rammarico per avergli prestato attenzione.
