Se si dovessero trovare due parole chiave comuni all’intera carriera di Björk, esse coinciderebbero sicuramente con “tradizione” e “tecnologia”. “Tecnologia” come dictat, elemento comune in ogni ramo della sua ispirazione, ragione di una carriera. “Tradizione” che ritroviamo nelle melodie gracili, intangibili e per certi versi “timide” delle sue pop song, tenute volutamente a debita distanza dal contatto con l’emozione, speculari al modus vivendi di una terra divisa fra ghiacciai e vulcani come l’Islanda.
Homogenic è il suo capolavoro, nonché l’unico episodio della sua carriera a non adattarsi alla descrizione di cui sopra. Dal punto di vista musicale, esso completa il matrimonio con l’idm, movimento simbolo dell’innovativa stagione elettronica degli anni ’90. Testimone di nozze è Mark Bell, metà degli LFO, chiamato in cabina di produzione e coautore del macigno industriale Pluto, manifesto delle sonorità che pervadono il groove del disco mescolandosi al romanticismo dell’impianto melodico.
E proprio il romanticismo è l’elemento in più: Homogenic è Björk, che si racconta – fra metafore e riferimenti autobiografici –, si confida, concedendo per la prima e ultima volta nella sua carriera uno spaccato di se stessa. Ed è forse anche questo a renderlo contemporaneamente l’album più atipico della sua carriera e il suo apice insuperato. Nell’autocritica disperata di Immature la novità si mostra appieno: l’intimità, quella stessa già presente nelle trame magiche della splendida Hunter – incantesimo che funge da porta d’ingresso nel mondo della Björk interiore – e nel racconto meta-tecnologico di 5 years, cosparso di beat taglienti e ossessivi.
A rappresentare quest’ultima al meglio è il trittico sulla passione, composto da tre capolavori nel capolavoro. La dolcezza, la malinconia e il calore sono protagonisti di Jóga, la sua interpretazione del sentimento amoroso fra battiti graffianti e tappeti d’archi. La passione distruttiva è soggetto invece dell’apocalisse romantica di Bachelorette, infusa in un melodramma di violoncelli, arpa e pianoforte. Infine, l’amore come forma trova compimento nel trip-hop etereo di All is full of love, in una concezione prettamente spirituale, adattabile persino alle macchine (lungimirante, in tal senso, il videoclip firmato Chris Cunningham).
La peculiarità principale di Homogenic è dunque quella di aver saputo conciliare al meglio l’elettronica colta degli anni Novanta con partiture melodiche di puro cantautorato, senza per questo intaccare la struttura di pop song dei brani. Se la Björk del “prima” faceva rima con tecnologia e tradizione e quella del poi spesso manterrà solo il primo elemento, Homogenic li fonde intersecandoli all’emozione: questa sua unicità resta probabilmente il segreto principale della sua incredibile forza.
