Radiohead – Kid A

Diciamo la verità: dopo la pubblicazione di Creep (1992) erano in pochi a credere che i Radiohead avrebbero fatto tanta strada. Ancora meno quelli in grado di immaginare una parabola artistica che, dal tardo brit-rock, li avrebbe condotti sulle sponde dell’avanguardia. E invece Thom Yorke e soci hanno avuto non solo la forza, ma anche l’intelligenza di smarcarsi dal ruolo di portavoce generazionale cui quel primo singolo sembrava poterli confinare a vita, riuscendo a inscrivere il proprio nome nella storia. Ok computer (1998) fu il primo passo per la beatificazione, ma toccò a Kid A (2000) il ruolo di ariete che infrange le barriere del rock alternativo e smonta le convenzioni.

Nascoste le chitarre, il quintetto punta tutto su loop, beat ed effetti sintetici. La forma canzone implode: le melodie si fanno eteree, impalpabili, i ritornelli sono banditi e la struttura dei pezzi “aperta”. I vecchi Radiohead sopravvivono praticamente solo in Optimistic e forse in How to disappear completely (ballad acustica ispirata alla vicenda di Richey Edwards, leader dei Manic Street Preachers, scomparso misteriosamente nel 1995). Tutto il resto è un oscillare angosciato tra ritmiche groovy ed incursioni free-jazz (The national anthem), soundscape ambientali (Treefingers), gorghi infernali (In limbo), ninne nanne digitali (Kid A) e alienazione discotecara (Idioteque), con Motion picture soundtrack a sublimare il tutto in un’estasi quasi mistica.

Con Kid A, insomma, i Radiohead compiono un’operazione dalla forte valenza metalinguistica, realizzando un album in cui forma e contenuto, significante e significato, sono più che mai inscindibili, perché la forma è il contenuto ed il significante è il significato. Kid A racconta, né più né meno, di un’Apocalisse: Yorke, schiacciato dalla popolarità ottenuta con Ok computer, disgustato dall’industria musicale, sprofonda in un abisso nero pece di depressione e con lui tutta la sua musica («I’m on your side / Nowhere to hide / Trapdoors that open / I spiral down», da In limbo). Assimilato il brit-rock “storico” (Pink Floyd in primis), i Radiohead vi iniettano dosi massicce di Eno, Autechre, Tangerine Dream, Kraftwerk, rivitalizzandone i cliché. Malgrado la complessità delle architetture (e l’intento esplicitamente anti-commerciale dell’album, concretizzatosi nella decisione di non pubblicare alcun singolo), Kid A balza in vetta alle classifiche di mezzo mondo. Ironia della sorte, i Radiohead non sono mai stati così popolari.

Il successivo Amnesiac (2001) perfezionerà la formula, giungendo ad una sintesi per certi versi più a fuoco tra la vocazione all’astrattezza dell’elettronica e l’impatto fisico del rock; tuttavia, la maggiore nebulosità fa di Kid A un oggetto sonoro/concettuale un pizzico più affascinante, una specie di enigmatico requiem dell’era digitale per l’umanità.

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