Può capitare di legarsi quasi involontariamente ad un libro. Un libro che può essere contemporaneamente un saggio, una raccolta di poesie o di racconti. Un libro che non puoi smettere di interrogare. Un libro come Le città invisibili di Italo Calvino.
Per approcciarsi ad esso ci sono tante vie. Si può scegliere il metodo tradizionale, dalla prima pagina in avanti; si delineerebbe così la storia: Marco Polo descrive a Kublai Khan, imperatore dei Tartari, le città visitate durante le sue ambascerie. Si può iniziare dall’indice, studiandone la simmetria; si noterebbe allora il rigido schema che dà la struttura al libro: cinquantacinque città, riconducibili ad undici diverse tipologie, divise in nove capitoli, ognuno aperto e chiuso da un dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan. Si possono leggere solo i loro dialoghi o soltanto le descrizioni delle città, si può prendere il libro e aprirlo a caso, proseguire da lì o tornare indietro.
Le città invisibili non va pensato come un libro tradizionale. È nato un po’ alla volta, dall’accumulo e dalla selezione di idee scritte in tempi diversi. Un insieme di materiali eterogenei legati ad uno dei simboli centrali della scrittura calviniana: la città. Ad una prima lettura si cede facilmente al fascino esercitato dalle descrizioni fatte da Marco Polo. Le immagini di città lontane e fino a quel momento invisibili si sostituiscono alle parole del veneziano, alle pagine scritte. Il respiro si amplifica davanti allo spettacolo di un altrove sconosciuto che permette la fuga da un presente già edificato e soffocante. Eppure è nel momento in cui si conosce l’altrove che ci si confronta realmente con ciò che si ha e ci è più vicino, perché «la forma delle cose si distingue meglio in lontananza». Calvino quindi non ha scritto un libro per scappare dalla città moderna. Ha scritto un libro sulla città moderna. All’istinto di Marco Polo di descrivere le città pensando implicitamente alle qualità che le distinguono dalla sua Venezia, fa da contrappunto l’immagine quanto mai attuale di una città ininterrotta, uniforme, tentacolare, che con il suo avanzare cancella le differenze.
La città, con la sua memoria, i suoi simboli, i suoi desideri, è quindi il fulcro del libro ma le conversazioni e le riflessioni di Kublai Khan e Marco Polo forniscono continui spunti per sviluppare il progetto iniziale. Seguendoli uno dopo l’altro, ci si accorge che quello che ne risulta è un labirinto di cui non si riconosce più il centro ma che può contenerlo in ogni suo punto. Questo libro, come ogni libro, ha una fine ma non è detto che consista nell’ultima pagina.




