L‘incipit è di quelli che colpiscono: Paul Conroy, contractor in Iraq per conto di una società di autotrasporto merci, si risveglia all’interno di una bara. Ha con sé un accendino, un cellulare ed una matita. Non ha la più pallida idea di chi l’abbia portato lì: ricorda solo che il suo convoglio è stato vittima di un attacco dei ribelli. Quando uno dei sequestratori si fa vivo e in cambio della libertà gli chiede cinque milioni di dollari, l’incubo si palesa in tutta la sua drammaticità: a Paul non resta che sperare che Dan Brenner, capo del nucleo operativo ostaggi in Iraq, riesca a tirarlo fuori prima dello scadere delle 21, termine ultimo per il pagamento del riscatto.
Lo spagnolo Rodrigo Cortés, giunto al suo quinto lungometraggio, si confronta con una materia delicata, e lo fa con una certa maestria. La solida sceneggiatura di Chris Sparling punta sulla classiche unità aristoteliche di tempo, luogo ed azione. Non ci sono flashback, flashforward o filoni narrativi paralleli: tutti i 94 minuti del film si svolgono all’interno di una bara, con davanti all’obiettivo il solo Ryan Reynolds, impegnato di volta in volta a disperarsi, ad evitare serpenti, a combattere con la sabbia che entra da tutte le parti o a cercare vanamente aiuto tramite il telefonino. Un progetto sulla carta rischioso, dunque, ma che il regista galiziano ha portato brillantemente a termine, riuscendo a tenere alto il ritmo del racconto ed evitando il rischio della staticità della messa in scena grazie ad un uso della macchina da presa sorprendentemente variegato. La camera, infatti, si profonde in carrellate, panoramiche, zoomate in avanti e indietro e persino piani sequenza, giocando abilmente con lo spazio e arrivando addirittura a dilatarlo in chiave soggettiva, per rappresentare figurativamente non solo lo scoramento di Paul e il suo desiderio di libertà ma anche, e soprattutto, l’incubo in cui la politica della “guerra preventiva” e della lotta globale al terrore hanno precipitato gli USA.
Buried, insomma, è pura allegoria politica. Il topos horror del sepolto vivo è un pretesto per riflettere senza manicheismi sulle conseguenze della cinica politica estera americana e sulla truffa della ricostruzione dell’Iraq, operata da società che agiscono in nome di logiche di profitto, con quel tratto di ipocrisia che si conviene (Paul viene licenziato dopo che s’è scoperta una sua tresca con un’altra contractor). Una comunicazione basata solo sull’uso di cellulari e l’automutilazione di un dito, che il protagonista s’infligge su pressione dei sequestratori, ripresa e condivisa su YouTube («tu mostra sangue, loro danno soldi»), aggiungono altra carne al fuoco, estendendo la critica alla società di massa, che ha sostituito l’esperienza virtuale a quella reale, finendo così col banalizzare l’orrore, riducendolo a fiction.
Pur con qualche concessione al didascalismo e al sentimentalismo hollywoodiano (il video-testamento che Paul registra per il figlio e la moglie, o la telefonata disperata che ha con questa sul finire del film), Buried rimane un film più che riuscito, un incubo teso, allucinato e senza speranza. «Volevo solo aiutare la mia famiglia, nient’altro – dice Conroy. Non pensavo che qui fosse così». «Nessuno di noi lo pensava», replica Brenner. Il “sogno americano” è sepolto sotto un metro di sabbia irachena.
