La storia delle Stealing Sheep comincia nell’estate del 2010, in un caffé nel cuore di Liverpool. Rebecca Hawley, da poco trasferitasi in città, lavora in un negozietto di Lark Lane. Sopra, una tavola calda, nella quale sono impiegate Emily Lansley e Lucy Mercer. Una chiacchierata, e le ragazze si scoprono tutte e tre musiciste. I gusti eterogenei non sembrano essere un problema: nascono così le Stealing Sheep. Comincia il percorso consueto: concerti su concerti, un primo singolo (The mountain dogs, 2011) e un EP (Noah and the paper moon, stesso anno) prima di arrivare all’LP di debutto, questo Into the diamond sun. Titolo psichedelico, certo: ma per quanto la cifra lisergica sia evidentemente presente nella musica del terzetto, il full-lenght non s’esaurisce in qualche scala “paradisiaca” o in un pugno di nenie acidule. Tutt’altro: la ricchezza del sound è impressionante, così come la naturalezza con cui Rebecca, Emily e Lucy strutturano le loro complesse tessiture melodico/armoniche.
Le undici tracce del disco si muovo in bilico tra echi psych-rock, free-folk, elettronica, pop e post-punk. La vena do-it-yourself non si traduce in un’infantile e sterile approssimazione, ma al contrario ammanta le partiture di quell’aura di imprevedibile spontaneità che, ad un orecchio attento non sfuggirà, cela in realtà una chiarezza d’intenti encomiabile. Rearrange mostra chiaramente come gli anni ’60 esercitino un fascino prepotente sul trio: la prospettiva, però, non è nostalgica, piuttosto sincretica e attualizzante. E, oltretutto, non conosce barriere geografiche. Shut eye, ad esempio, mescola pop, tastiere 8-bit, e twang western in un’ammaliante danza tribale. Le ritmiche guerresche costituiscono uno dei fil rouge della raccolta (The garden, White lies), assieme ai vocalizzi eterei e ad un’elettronica centellinata con cura, tendente al drone. Un fascino oscuro, dreamy, promana dalle tracce, culminando nell’accoppiata Circles-Gold (il nucleo “visionario” dell’LP) e nella conclusiva Bear tracks. Frenate ed accelerazioni, cambi di tempo e di mood, saliscendi melodici, fluttuazioni strumentali: tutto contribuisce a rendere le song inafferrabili, anche quando si pensa di averle ben strette tra le dita (le “stonature” della surfeggiante Liven up).
Un lavoro davvero sorprendente Into the diamond sun, tanto più che non mostra cedimenti o passaggi autoindulgenti. Le Stealing Sheep hanno le idee, la grinta e le competenze per stupirci ancora e a lungo.
