Mark Knopfler – Privateering

Mark Knopfler è uno che la sua stardom l’ha vissuta sempre con un certo disagio. Nel corso di una carriera solista inaugurata ufficialmente nel 1996 con Golden heart (prima, in effetti, c’era stata qualche soundtrack), il songwriter scozzese ha cercato in tutti i modi di seppellire il ricordo delle gesta dei Dire Straits. Niente più stadi stracolmi e mega-tour, fascette e polsini da tennista, video ipertecnologici: Knopfler s’è tuffato a piene mani nella tradizione (americana e celtica), riscoprendo una vena più acustica e, in generale, toni soffusi che a tutto farebbero pensare meno che all’autore di Money for nothing e Sultans of swing. La chitarra, ovviamente, ha risentito parecchio di questa trasformazione. Maestro del fingerpicking, Mark ha rallentato la velocità d’esecuzione e “scurito” il sound (la Gibson ha conquistato posizioni rispetto all’abituale Stratocaster). Soprattutto, la sei corde ha rinunciato progressivamente alle sue trame elaborate e al ruolo di protagonista per mimetizzarsi in arrangiamenti essenziali. Tale programma ha fruttato qualche bel momento (concentrato prevalentemente nel debut, in Sailing to Philadelphia e in The ragpicker’s dream), ma anche parecchi sbadigli, per via di un’intensità che talvolta s’è confusa con la noia ed è precipitata nella senilità.

Eccola la parola chiave: senilità. Knopfler è invecchiato, e meno bene di altri colleghi. Il desiderio di un focolare più intimo che non lo sfavillante resort chiamato Dire Straits l’ha spinto a cercare vie espressive più immediate, genuine, ma anche più scontate. Privateering, settimo disco di studio, ne è la perfetta semplificazione. Mark rimastica riff, fraseggi e melodie del recente passato, citandosi a più riprese e lasciandosi cullare da un mare di cliché. La progressione blues di Hot or what, ad esempio, la si ritrova sparsa in migliaia di album (non da ultimo il precedente Get lucky, dove animava You can’t beat the house); stesso discorso per il rockabilly di Corned beef city (praticamente la nuova This is us, ma senza Emmylou Harris), e si potrebbe continuare così per un po’. Aromi american folk (Redboud tree) e slanci celtici (Haul away) s’intersecano, ma in modo sonnolento. La classe c’è (Radio city serenade, Go, love): manca la lucidità necessaria a darle sostanza e la voglia di esplorare nuove strade. Così si finisce con l’incespicare nel fantasma di Dylan (Gator blood) o si scivola in un’epica malinconica un po’ stantia (Kingdom of gold), confezionando ballad buone per una session tra amici, non certo per un album. Persino l’esecuzione è svogliata, con la chitarra di Knopfler che si limita per lo più a balbettare ed una band nel complesso attenta solo ad eseguire il compitino. Il fatto che il disco sia un doppio (venti canzoni) certo non giova, e fa emergere tutti i difetti in modo ancor più evidente.

Dai tempi degli Straits il mondo di Knopfler è rimasto sempre quello, con eroi working-class impegnati nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Per strada, però, s’è persa parecchia verve, anche se il buon Mark sembra esserne del tutto ignaro. Privateering è quindi un album serenamente fuori fuoco, quasi gioioso nel suo rifiuto di ogni progresso stilistico, di ogni novità. Knopfler fa quello che vuole, si diverte, è felice. Contento lui…

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie