Animal Collective – Centipede Hz

Avey Tare e Panda Bear sono forse tra i pochissimi di cui ci ricorderemo tra trent’anni, quando riscriveremo la storia di questa scena post-2000. E ce ne ricorderemo per via di album, quelli del “Collettivo Animale”, contraddistinti da una sincera voglia di sperimentare con melodie e strutture, che non s’esaurisce cioè nella citazione, nel rimando forbito, ma ci mette parecchio di suo. Per questo, anche quando fanno un mezzo passo falso, come con Centipede Hz, gli Animal Collective rimangono sempre una spanna sopra gli altri: perché se “sbagliano”, lo fanno comunque sotto le insegne di una poetica personale, di un’estetica che ricerca, insaziabile, sempre nuovi, bizzarri orizzonti da esplorare.

Un filo rosso di beat tribali collega le undici tracce, fasciate di tastiere e infiltrate da effetti d’ogni sorta, con echi Sixties abilmente mascherati. L’umore è più selvaggio del solito, quasi grezzo se paragonato al “beachboysiano” Merryweather post pavillion (2009): il riferimento qui sembra essere Strawberry jam (2007), corretto dalla vena “naturalista” di Here comes the indian (2003). Rispetto al passato, però, Tare, Bear, Geologist e Deakin (che aveva lasciato proprio dopo Strawberry…) hanno rinunciato a scambiarsi idee e materiali via internet, per ritrovarsi in una stanza a suonare insieme, con tastiere al posto dei sample MIDI e un vero drumkit (l’ultimo era stato usato per Here comes the indian…). Non è un caso, quindi, che la band abbia parlato di un ritorno alle proprie radici “garage”; ma è un garage che ha la testa un po’ per aria, o meglio, rivolta indietro, al passato. Le canzoni di Centipede Hz sono intrise di nostalgia, ricordi e fantasie d’infanzia legate a vecchi commercial e trasmissioni radiofoniche. Ecco perché Moonjock infittisce la trama caleidoscopica, “progressiva”, di frequenze disturbate. A conferma di un piglio più grintoso, Today’s supernatural arriva addirittura a ringhiare «Sometimes you gotta go get… mad!», inscenando una torrida danza tra aromi afro e latin. La dimensione pop dell’arte del Collettivo è salva, anche se imbizzarrita e schizofrenica, come dimostra Rosie oh. Monkey riches e Mercury man si rincorrono, procedono a folate, rallentano, ripartono, crescono e si spengono gradualmente, in ossequio al quel gusto cinematico che, con un gioco di dissolvenze e countdown, salda la conclusione di Amanita all’incipit di Moonjock.

Ecco, proprio questa “chiusura” accentua il senso di asfissia che promana dalle tracce, come se la loro programmatica durezza (ma forse sarebbe meglio parla di “concretezza”) ne troncasse l’anelito sinestesico, finendo con l’imprigionarle. Degli Animal Collective “minori”, insomma, ma sempre gustosi e una spanna avanti agli altri.

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