Wild Nothing – Nocturne

Prendi Nocturne, scarti l’involucro di plastica, lo infili nel lettore CD e, dopo i primi minuti d’ascolto, un dubbio ti assale. Corri ad afferrare il libretto e guardi con attenzione la data di uscita: 2012, non ci sono dubbi. Eppure le chitarre di Shadow e i beat di Midnight song dicono altro. Dicono anni ’80, Smiths, New Order, Josef K, Orange Juice e quant’altro. Un film già visto, in effetti, perché il debut di Wild Nothing, Gemini (2010), era già una dichiarazione d’amore per il twee-pop e la new-wave, impressionante per calligrafismo. Non è un complimento, ovviamente. Anzi. Jack Tatum è uno dei più vividi esempi della vena revivalistica di una scena indie sempre più pigra e forse timorosa, che lungi dal cercare la scossa sceglie di rifugiarsi nel comodo abbraccio di un passato tramandato ma non vissuto (Tatum è americano e poco più che ventenne). Ovviamente Nocturne, come altri reperti del genere, è anche formalmente inattaccabile: i suoni sono la replica perfetta dei migliori Eighties, le melodie ben costruite, a tratti persino accattivanti, e poi quell’aria romantica, un po’ sofferta e un po’ paranoica, dark, che trova sfogo anche nel cantato anodino e nei testi, fa il resto. Peccato, però, che sotto questi strati di delay e tastiere fantasmatiche (Through the grass), dietro il battito cha cha cha (Disappear always) o il jangle chitarristico (Only Heather) si nasconda poco o niente.

Rispetto ai tempi di Gemini, classico esempio di one-man-record, Tatum qui ha a disposizione una vera e propria band, ma l’attitudine intimista non ne risulta per nulla sminuita: in alcuni casi, anzi, il grado di rarefazione è forse aumentato (Rheya, Paradise), complici alcune suggestioni dreamy inevitabili per un disco che, sin dal titolo, è pieno di riferimenti alla notte. Prendete, però, una a caso tra queste tracce: non sapeste chi le ha scritte, riuscireste ad indovinare? O, più probabilmente, di fronte, per esempio, a The blue dress o This chain won’t break, annaspereste, pensando magari a qualche misconosciuto gruppuscolo post-punk di trent’anni fa? Nocturne, insomma, è una di quelle opere nate da un’infatuazione puramente estetica, dal desiderio di ripercorrere acriticamente e senza un briciolo di ironia la parabola di un sound che finisce, così, congelato in un limbo atemporale, privato di ogni riferimento esterno e dunque svilito. Album grazioso quanto si vuole, ma inutile.

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