Ascoltare Havoc and bright lights ed aspettarsi qualcosa di più della solita tiritera intro-strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello-outro è insensato. Alanis Morissette la spugna l’ha gettata da un pezzo. Il contributo artistico alla causa pop-rock la canadese l’ha dato praticamente con il solo debut, Jagged little pill (1995). Che poi, in effetti, esordio non era, giacché veniva dopo due sconosciuti e subito rinnegati LP dance-pop stile Madonna, ma ai più piace considerarlo tale, quasi che ci si rifiuti di far iniziare la parabola di una delle ragazze ribelli della canzone anni ’90 con delle macchie simili. Il successivo Supposed former infatuation junkie (1998) non era proprio da buttar via, ma già offriva minor freschezza, nonostante in cabina di regia ci fosse, in veste di coautore e produttore, Glen Ballard, ovvero l’artefice del sound frizzante di Jagged. L’inizio del nuovo millennio è stato un incubo per la Morissette: non ne ha azzeccata una. Under rug swept (2002), primo album senza la storica spalla, diede l’avvio al declino: da allora è stato tutto un rimasticare pop, rock, psichedelia, etno, folk ed elettronica in forme inoffensive, edulcorate e banalmente radiofoniche.
Havoc and bright lights non si sottrae al tran tran tipico di chi è invecchiato presto e male. Tutto è già scritto nei primi minuti di Guardian, con il tipico gioco di piano e forte tra strofa e ritornello, le chitarre finto-aggressive, i riferimenti del testo alla vita familiare («I’ll be your angel on call, I’ll be on demand» canta la neomamma Alanis) e un melodismo preconfezionato, stantìo appunto. Per l’ennesima volta, la sensazione nel complesso predominante è quella della confusione, della mancanza di direzione, complice (come per il precedente Flavors of entanglement) l’apporto in fase di scrittura del producer Guy Sigsworth, affiancato alla consolle dalla new-entry Joe Chiccarelli. Woman down assomma folate di elettronica r’n’b e aromi arabeggianti, Celebrity (una trita riflessione sulla fama) alterna tribalismi e chitarre elettriche robuste, mentre la nevrotica Numb è Evanescence più un violino tzigano. Su un fronte (ancora) più disimpegnato si colloca Spiral, pop-rock che insegue addirittura i fantasmi della “nipotina” Avril Lavigne. Non che le cose vadano meglio quando il ritmo rallenta: ‘Til you, Empathy e Havoc oscillano tra sdolcinatezza e noia. Per assurdo, le tracce migliori si trovano nei bonus della deluxe edition: fra Will you be my girlfriend? e Magical child, entrambe imparentate col folk, la preferenza va alla seconda, che, rispetto al pop leggero della prima, prova un intreccio quantomeno intrigante di chitarre acustiche, sax jazz, percussioni tribali ed archi. Si tratta comunque di risultati mediocri o a mala pena sufficienti, per cui non vale la pena spendere qualche euro in più. La Morissette evidentemente ha raggiunto il suo personale stato di grazia, una vecchiaia musicale senza «allarmi né sorprese», per dirla con i Radiohead. Il fatto che abbia appena trentotto anni e, con questo, solo otto dischi alle spalle, è un dettaglio, ovvio…
