Anna Achmatova – È flebile la mia voce

Il profilo di un volto, un braccio appoggiato, un corpo disteso, misterioso. Modigliani sta disegnando Anna Achmatova, poetessa russa incontrata a Parigi nel 1910. Il pittore accenna all’essenziale con poche linee marcate, senza alcun abbellimento ulteriore. Ed è così che la Achmatova scriveva.

I ventisei componimenti, tradotti da Paolo Galvagni e raccolti in È flebile la mia voce, sono come delle piccole finestre attraverso cui spiare l’universo poetico di una figura fondamentale per la poesia russa del Novecento. Le liriche selezionate ripercorrono un arco di tempo che dal 1912 si estende fino al 1963. Leggendole emergono gli elementi centrali della produzione della Achmatova, costanti e mutevoli al tempo stesso. È una scrittura che nasce dalla vita e per questo ne segue l’evoluzione, dimostrandosi fedele ad una certa idea di poesia, che la vuole concreta e reale. È la stessa idea portata avanti dall’Acmeismo, movimento letterario cui aderì anche la poetessa, fondato da Sergej Gorodeckij e Nikolaj Gumilëv (il suo primo marito) nel 1912. Scrivere versi è per lei il modo di vivere, di legarsi al proprio tempo, di definirsi in quanto essere vivente.

La poetessa è prima di tutto una voce. «È flebile la mia voce, ma non s’affievolisce la volontà», è il primo verso della poesia che apre la raccolta. È anche il verso che diventa la chiave di lettura di tutti i successivi componimenti. Per molti anni la Achmatova è rimasta inascoltata, eppure non ha mai smesso di comunicare, di raccontare cosa stava succedendo nella sua vita e nella Russia segnata dal sangue della Rivoluzione prima e della Seconda guerra mondiale poi: «Le stelle della morte stavano sopra di noi, / e innocente si contorceva la Russia / sotto stivali insanguinati / e sotto i cerchioni delle nere marusje», scriverà nel 1939. La voce della Achmatova è legata alla storia, a quelle città imprigionate tra ghiaccio e putredine, ma è anche la voce di una donna, segnata da dolorose relazioni sentimentali («Non sappiamo congedarci, – / vaghiamo sempre spalla a spalla. / Ormai comincia a imbrunire, / tu sei pensoso e io taccio») e di una madre, che combatte per salvare il proprio figlio dalla condanna a morte («Mi sono gettata ai piedi del boia, / tu figlio mio e terrore, / tutto si è confuso per sempre, / e non distinguo più / ormai tra la belva e l’uomo, / e se a lungo aspetterò l’esecuzione»).

Queste ventisei poesie devono essere lette ad alta voce e lentamente, per assaporare ogni parola. Non c’è retorica in questi versi, al contrario essi sono caratterizzati dall’umiltà e dall’esattezza. Le parole sembrano posarsi le une accanto alle altre naturalmente, come se tutte conoscessero già il proprio posto. La semplicità nasconde però una paziente ricerca. È l’autenticità ciò cui aspira la Achmatova, l’autenticità della vita che diventa scrittura. Un incontro tanto discreto quanto determinante, di cui questa piccola raccolta può costituire un primo assaggio.

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