The Gaslight Anthem – Handwritten

Alla base dell’adorazione generale per i The Gaslight Anthem c’è probabilmente un fraintendimento, e neanche di poco conto, l’idea che l’epica rock sia una mera questione di ritmiche vorticose, accordi macinati con veemenza e shout indemoniato. Quella, semmai, è la forma: Springsteen non era “eroico” semplicemente perché accelerava i tempi o urlava nel microfono; e poi, il tono “grandioso” non esaudiva tutta la qualità della sua musica. Perché c’era altro, nel caso del Boss: c’erano melodie accattivanti, tanto hard-rock quanto soul, folk, blues; c’erano arrangiamenti creativi. C’era una nostalgia che non era semplicemente una banale esaltazione dei bei tempi che furono, ma un discorso articolato, che contribuiva a delineare uno dei più complessi affreschi psicologici, sociali, politici e culturali della storia del rock. Nel caso dei Gaslight Anthem qualcosa s’è perso per strada, diciamo così. Fellon e i suoi non sono neppure male, ma la loro arte è sostanzialmente innocua, un campionario di disillusione, riscatto, cuori infranti e notti cruciali che un impasto di hardcore, power-pop e hard-rock asseconda diligentemente, senza scosse. È musica conservatrice, questa, che non mette in discussione alcunché e si rifugia nei cliché. E non è chiaro con quanta dose di consapevolezza, perché a passare in rassegna le tracce di questo quarto album del quartetto di New Brunskwick, New Jersey, emerge ancora una volta il profilo di una band tutto sommato genuina. Del resto, quel titolo («scritto a mano») a cosa allude se non ad un onesto artigianato? Ecco che il cerchio si chiude.

Springsteen l’abbiamo chiamato in causa spesso in queste righe, ma è evidente come il piglio melodico facilone di 45, la sua impressionante genericità, col Boss c’entri in realtà poco. Talvolta, il riferimento principale per i Gaslight Anthem sembrano essere piuttosto i Killers, quelli elettrici di Sam’s town e Day & age, che da Sprinsgteen (rieccoci) prendevano a piene mani (Desire); talaltra, il più generico rock da FM americana (Mulholland Drive, Handwritten). La vena hardcore si esprime nella tirata Howl, ma è quando i quattro rallentano i ritmi (Biloxi Parish, Mae) o cedono a lusinghe acustic-folk (National anthem, con un tocco lieve di archi) che il discorso si fa più interessante, anche se sempre scarsamente personale. Con Brendan O’Brien (producer indovinate di chi?) in cabina di regia, i Gaslight Anthem consolidano insomma il sound adulto di American slang (2010) e si avviano ad una serena classicità, fatta su misura per il culto di qualche nostalgico, del tipo peggiore: quello che non c’era.

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