Dead Can Dance – Anastasis

«We are ancients / as ancients as the sun / We came from the ocean / Once our ancestral home / So that one day / We could all return / To our birthright / The great celestial dome». Si apre così Anastasis, e in questa strofa ci sono tutti i Dead Can Dance. “Resurrezione” è il significato del titolo del nono album di studio degli anglo-australiani, ed in effetti Lisa Gerrard e Brendan Perry mancavano all’appello da sedici anni. Se al lungo iato si aggiunge il fatto che il precedente Spiritchaser era tutt’altro che impeccabile, ecco che il titolo, nella sua incrollabile fede, si colora di una punta di rivalsa. Gli ingredienti alla base di Anastasis sono quelli che hanno reso il duo tra i massimi riferimenti del (post)gotico musicale, un mix mistico-esoterico di folk, canti gregoriani, spunti mediorientali, elettronica e aperture sinfoniche. Novità non ce ne sono, insomma, se non nel maggiore equilibrio degli ingredienti (Spiritchaser era sbilanciato in direzione etnica) e in un nuovo slancio propulsivo, probabilmente derivato anche dalla consapevolezza che un’avventura artistica così importante non poteva concludersi con un disco tanto scialbo.

Della “chiamata alle armi” di Children of the sun parlavamo prima: su una pulsazione guidata da un rullante marziale, gli archi, i fiati e qualche tocco di tastiere creano quelle suggestioni “celesti” in cui la voce di Perry (un baritono scuro, capace sul finale di inflessioni morrisoniane) si muove a proprio agio. L’asse formato dai gorgheggi della Gerrard e dalle scale arabeggianti rinnova il suo fascino magnetico in Agape e Kiko, mentre All in good time architetta una lenta meditazione che sul finale spezza la monotonia voce-synth con l’estasi orchestrale. Opium, dal canto suo, gioca con dei beat tribali, contesa tra anelito alla libertà («Sometimes / I feel like I want to live / Far from the metropolis / Just walk through that door») e consapevolezza del nulla a cui la fuga condurrebbe («Outside / The black night calls my name / But all roads look the same / They lead nowhere»). Return of the She-King è una processione con venature celtiche, mentre Amnesia mescola una litania sconsolata (che rimanda ai Joy Division di The eternal) ad un insolito pattern trip-hop.

La “resurrezione” dei Dead Can Dance è così compiuta. Anastasis non è il loro capolavoro, ma è comunque un album di gran classe, tanto più sorprendente perché riesce a sedurre con la sola forza del songwriting, senza ricorrere, cioè, ad additivi giovanilistici in forma di ammiccamenti al sound di moda o ad una produzione ipertrofica e chiassosa. Un ritorno gradito.

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