C’è scritto “Nuova Zelanda” sul passaporto di Kody Nielson, ma ad ascoltare questo suo debutto solista lo diresti, piuttosto, apolide. Difficile, infatti, dare una connotazione nazionale ad uno che, con disinvoltura “pop”, mescola soul, jazz, funk, psichedelia ed elettronica. Bravissimo Nielson a confondere le acque: lui tiene la bussola, tu vai alla deriva in un mare di beat martellanti, bassi pronunciati, tastiere, chitarre e voci manipolate e quant’altro costituisce la scatola degli attrezzi del perfetto revisionista postmoderno. Era partito duro, il nostro: correva l’anno 2005 quando i suoi The Mint Chicks pubblicarono il primo full-lenght (Fuck the golden youth), mix grezzo di punk e power-pop, che dal vivo poteva contare anche su un corredo di performance estreme (seghe elettriche, chitarre e drumkit polverizzati). Dopo lo scioglimento della formazione (2010), il cantante/chitarrista si è cimentato con la produzione, forte dell’esperienza già accomunata con i Chicks: Bic Runga con Belle (2011) e i DHDFD’s con French fries (2012) i beneficiari. Questo prima di debuttare con Electric Hawaii, schermato dal moniker Opossom. Non si pensi, però, ad un percorso incoerente. Prendete, ad esempio, il classico per eccellenza dei The Mint Chicks, Crazy? Yes? Dumb? No!, dall’omonimo album del 2006, ed accostatelo poi all’opener di Electric Hawaii, la beachboysiana Girl: non notate la somiglianza? Tra l’altro, ad un orecchio attento non potrà sfuggire la subdola citazione di Femme fatale dei Velvet Underground. Ecco, abbiamo smontato il primo (probabile) pregiudizio nei confronti del disco, quello di essere “improvvisato” (nel senso di “ingenuo”). Per carità, da buon punk Nielson è fedele all’etica del “do it yourself”, e infatti ha scritto, suonato e prodotto tutto lui (fatto salvo il contributo di papà Chris alla tromba e della Runga alle vocals), ma questo certo non significa che non sapesse cosa stava facendo.
La mano è ferma, non trema. Gli ascolti con cui Kody si dilettava durante le fasi della scrittura (Billy Cobham, Sly Stone, Love, Kinks) sono stati assorbiti, in proporzioni congrue e con qualche aggiunta (Neu!, Animal Collective), all’interno di un tessuto melodico smaccatamente pop, retrò ed insieme (post)moderno. Ecco, allora, che la Motown di Blue meanies si tinge di kraut ed affoga in un bagno gelato di synth luccicanti, mentre Watchful eye tesse un valzerino dalle inflessioni jazz che procede a folate. Più aggressiva è Cola elixir, imparentata col garage e la psichedelia, mentre Why why why, condotta a passo di cha cha cha, punta piuttosto sull’inquietudine delle strofe, che il ritornello (epico) smorza un po’ troppo. Il lato sperimentale di Nielson emerge sul finale: prima lo strumentale acquoso e balbuziente della title track, poi la jam pop di Outer space ed infine la lenta ballad psych-jazz di Inhaler song, sfigurata da una gragnola di colpi digitali.
Le “Hawaii elettriche” ritratte da Nielson sono un paradiso artificiale di inquieta e delicata bellezza, che conquista con lusinghe sussurrate, con profumi leggeri ma persistenti, con il fascino di un paesaggio subdolamente cangiante. Una “vacanza” adatta agli amanti dell’inconsueto più discreto, non certo agli adepti del kitsch chiassoso.
