Smashing Pumpkins – Oceania

Attacco di Oceania: Quasar e Panopticon, con il tiro rabbioso, le chitarre sature e fuzzose e l’epica chiazzata di psichedelia, sembrano prefigurare un ritorno alla vitalità grunge della prima metà degli anni ’90, quando “alternative” era sinonimo (anche) di Siamese dream. Il crinale (sottilissimo) è quello che separa la nostalgia dal recupero della forma migliore dopo un infortunio: niente di trascendentale, ma in fondo neanche nulla di male. Poi però l’album prende una piega un po’ diversa. Spuntano tastiere e sintetizzatori anni ’70 che, uniti ad una vena tra prog, hard-rock e pop lisergico, fanno pensare ad una rimasticatura in chiave barocca del repertorio della band.

Che poi, nel caso delle “zucche”, “band” è una parola grossa: Corgan è sempre stato il “grande timoniere”, il demiurgo indiscusso, anche quando era affiancato da James Iha, D’arcy Wretzky e Jimmy Chamberlin. Adesso, assecondato dal chitarrista Jeff Schroeder (unico superstite delle session del precedente Zeitgeist) e dai “nuovi ingressi” Nicole Fiorentino (basso) e Mike Byrne (batteria), Billy cerca di lasciarsi alle spalle il passato e i recenti flop (il progetto Zwan con Mary Star of the sea, il disastroso solo-album Thefuturembrace). Trascorre così i 60 minuti della tracklist a citare se stesso e tutto il rock dei ’70, dal glam alla new-wave, alla disperata ricerca di definire un sound “adulto”. Mescola disinvoltamente chitarre elettriche à la Queen (The chimera), fantasie romantiche “orchestrali” (Wildflowers), citazioni pinkfloydiane (l’incipit di Violet rays) e synth-pop anni ’80 (One diamond, one heart), il tutto con una convinzione non supportata da adeguata lucidità. Il vertice dell’ambizione è rappresentato dalla lunga title-track, la quale, però, risolve il suo mash-up di art-rock, folk, space-rock e gospel in una galoppata formalista, priva di reale senso d’urgenza. Ecco, la chiave è tutta qui: Oceania manca di necessità. Gish, Siamese Dream, Mellon collie and the infinite sadness e Adore erano animati da una sorta di bruciante bisogno espressivo che riscattava persino le imperfezioni e una certa ingenuità che, di tanto tanto, faceva capolino. A distanza di vent’anni, Corgan, la voce rimasta rimasta ancora un lamento capriccioso, puberale, esalta la forza dell’amore, scivolando però in un sentimentalismo banale, affettato. Imbarazzante per chi, un tempo, voleva contagiare il mondo con la sua stessa febbre ed ora si ritrova a giocare al musicista maturo senza averne lo spessore.

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