Fortuna che c’è lui, “l’uomo più alto della terra”, a regalare qualche gioia in questo 2012 musicalmente un po’ così. Al bando orchestre o luccichii elettronici; niente riferimenti intricati, citazionismi cerebrali, arrangiamenti lussureggianti. L’arte dello svedese Kristian Matsson è semplice, genuina. Le dieci canzoni di There’s no leaving now scorrono via fresche, lasciandosi dietro una manciata di belle sensazioni, ricordi, odori.
Una sei corde acustica, maneggiata con un picking preciso e cristallino, qualche rifinitura elettrica, appena una pulsazione di batteria, un pianoforte e (soprattutto) quella voce dal timbro nasale, un po’ malinconica e un po’ inquieta: il mix fa tanto primo Bob Dylan. Vero è che rispetto al rigore da menestrello solitario dei primi due lavori (Shallow grave del 2008 e The wild hunt del 2010) lo spettro stilistico s’è lievemente ampliato, e che qua e là traspare una vena più rilassata e intimista, ma l’impostazione è quella di sempre: country & folk come se ne faceva una volta, senza nostalgie premeditate.
To just grow away apre con una nenia delicata, carezzevole, subito raggiunta in bellezza da Revelation blues («It’s the damn revelation blues / when you see the path / and you know you won’t be the last / oh Lord, oh Lord»). Il fantasma di Mr Zimmerman aleggia sulla briosa 1904, ma Matsson riesce a schivare l’insidia e a non fargli il verso. Vivaci sono anche Wind and walls, Little brother e Bright lantern, e quasi vien da pensare che il cielo sia sempre sgombro di nubi. Ma così non è, e quando spunta all’orizzonte l’elegia pianistica di There’s no leaving now, con tutto il suo carico di malinconia, ammutolirsi è d’obbligo. Altre ubbie le porta la dolente On every page, impreziosita da eleganti passaggi chitarristici, mentre Leading me now (esecuzione brillante) immerge in un clima di serena contemplazione agreste.
Registrato principalmente a casa e prodotto sempre da Matsson, There’s no leaving now è la conferma definitiva per The Tallest Man on Earth. Artigianato, ma di gran classe, quello del ventinovenne di Dalarna, in grado di stendere un ponte tra le fredde lande della Svezia e gli USA di fine anni ‘60-’70 e di farlo senza artifici, lasciando parlare le canzoni. Dote rara, in mezzo a tanti indie-snob…
