A Place to Bury Strangers – Worship

Il torto di un disco come Worship è quello di esser venuto fuori troppo tardi. L’avessero fatto trent’anni fa gli A Place to Bury Strangers, ne staremmo parlando come di un capolavoro. Ma negli 80s Oliver Ackermann, Dion Lunadon e Jay Space si godevano l’infanzia e APTBS era un acronimo privo di senso, dunque meglio non pensarci. Scherzi (temporali) a parte, mai come con questo terzo album i newyorkesi sono sembrati credibili. Costruite su solite fondamenta post-punk (Joy Division, Bauhaus, Sisters of Mercy), sfregiate da rasoiate “soniche”, venate di follia industriale e inacidite da dosi massicce di shoegaze (My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain), le composizioni del trio erigono cupissimi wall-of-sound fatti di battiti minimalisti, bassi tesi sino allo spasimo, synth granulosi e chitarre ultra-manipolate. Le vocals catacombali di Ackermann, prosecutore della tradizione di canto “vampiresca” di Andrew Eldritch, aggiungono un pizzico di fascino in più all’operazione. Che, beninteso, proprio originale non è. Ma in questo caso un occhio possiamo chiuderlo: l’insieme suona tanto sincero nella sua ferocia da consentire di accantonare, per un istante, le solite dissertazioni da manuale di storia del rock.


Rispetto ad altre operazioni simili, Worship possiede dunque non solo i suoni giusti, ma anche l’attitudine: c’è più onestà in Alone di quanta ve ne sia in buona parte della tracklist dell’ultima release di Marylin Manson. Il gioco dei riferimenti è intrigante, ma non esaurisce o monopolizza l’ascolto: per You are the one, ad esempio, si può fantasticare un mix di Soft Cell (Tainted love), Billy Idol, Joy Division e Sonic Youth, ma ciò non spiega perché, secondo dopo secondo, i brividi lungo la schiena crescano d’intensità. Detto altrimenti, il fatto che Mind control, Revenge, Why can’t I cry anymore e Leaving tomorrow siano (in parte) spiegabile in termini di rimandi e citazioni non ne sminuisce comunque l’impatto, la furia selvaggia. La quale, in effetti, non perde mai di vista la melodia (il dark-pop, invero prevedibile, di And I’m up) e il groove (l’ottima title-track).


Worship qua e là perde il filo (in Slide, per esempio, imitazione pedissequa di Ian Curtis, o in Dissolved, che plagia i fratelli Reid) e talvolta suona un po’ superficiale (la già citata And I’m up), ma nel complesso si mantiene su ottimi livelli. Gli APTBS sono sulla rampa di lancio: rispetto ai due precedenti lavori (l’omonimo del 2007 e Exploding head, di due anni più vecchio), l’impressione è quella di una netta crescita. Aspettiamo di vedere cosa ci riserva per il futuro questo trio di belle speranze.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie