I canadesi Metric devono esser rimasti non poco stupiti quando, tre anni orsono, il successo commerciale di Fantasies impresse il loro nome sulla bocca di tutti. Emily Haines e soci avevano già alle spalle il tris Old world underground, Where are you now? (2003), Live it out (2005) e Grow up and blow away (2007), ma sembravano sul viale del tramonto, complice un sound che, già di per se non originalissimo (indie-rock, new-wave e dance-rock le coordinate), aveva preso una banale china pop. E invece, eccoci qui a parlarne ancora.
Synthetica è il titolo del quarto lavoro della band, ma non sperate in chissà quale svolta. La formula è sempre la stessa: chitarre robuste, battiti da dancefloor e airplay estremamente radiofonico. Il trucco sta nel pescare con la finta indifferenza del landruncolo consumato dal serbatoio di Garbage e Cardigans, senza dimenticare gli ultimi Coldplay. Ne risultano undici ballate facilotte, ripetitive e a tratti stucchevoli, il cui impatto anthemico è spropositato rispetto all’effettiva consistenza. Il lento crescendo di Artificial nocturne, ad esempio, cerca di pungere con una cantilena propulsa da un battito quasi-kraut e percorsa da distorsioni, ma a stento fa il solletico. Youth without youth, poi, intesse un boogie elettrico con contorno di synth spettrali, ma suona come Marilyn Manson rifatto dai Goldfrapp, mentre la solenne Breathing underwater fa il verso a Chris Martin. Il livello è basso, al punto tale che persino uno come Lou Reed sembra la caricatura di se stesso (featuring in The wanderlust). E a proposito di voci, in Dreams so real è evidente l’intenzione della Haines di puntare sulla propria ugola per reggere l’architrave della composizione, ma il tentativo produce scarsi frutti, malgrado il pezzo non sia disprezzabile (una specie di litania sintetica con accenni “black” e lievi puntellature di batteria e chitarra). Che il disco manchi di reale forza lo dimostra Nothing but time, una galoppata oscura la quale, tuttavia, sfiora solo la superficie delle profondità che annuncia, gonfiandosi epica, ma a sproposito.
Dolciastri e più umili, l’uptempo di Speed the collapse e la filastrocca à la Kimia Dawson di Lost kitten perlomeno riescono a tener desta l’attenzione per più di un minuto. Ancora meglio, poi, l’electro-rock di The void (con reminiscenze new-wave) e la title-track, tra Shirley Manson e Strokes. All’opposto della frenesia ritmica di queste tracce si colloca la delicata ballad Clone, anch’essa nel novero delle cose da salvare. Si tratta, ad ogni modo, di partiture che sfoderano melodie e arrangiamenti abusati: loro unico merito è una sorta di gradevole brio. Niente di più.
Il tempo ci dirà che se Synthetica conquisterà la vetta di Billboard o meno. Quel che possiamo dire, però, è che se anche ciò dovesse avvenire, si tratterebbe di una vittoria di poco conto. Ai Metric, infatti, manca una cosa fondamentale: le canzoni. E quelle l’hype non te le da.
