«Se non confondessimo la gente, non saremmo noi. Se non confondessimo noi stessi con quello che facciamo, allora avremmo fallito»: così Angus Andrew in occasione della presentazione di WIXIW. A ben vedere, però, la citazione potrebbe essere adoperata come perfetto compendio di tutta la carriera dei Liars. Nel corso di un decennio, infatti, gli australiani hanno azzannato e lacerato le tenere carni del rock indipendente, mescolando con successo gelo new-wave, alienazione industriale e psichedelia anni ’90. Il loro meglio questi tre speleologi del male l’hanno dato con They were wrong, so we drowned (2004) e Drum’s not dead (2006), ma anche il più accessibile Sisterworld (2010) non sfigurava affatto.
Il nuovo WIXIW prosegue lungo la strada di una maggiore “linearità”. Sin dall’artwork: scarno ed essenziale, rispecchia pienamente il contenuto musicale del full-lenght, un flusso minimale di loop, synth e beat che punta più che mai sul fascino del perturbante. Non è casuale neppure la scelta del titolo, ovviamente: il secco palindromo “WIXIW” si legge in realtà “wish you”, espressione colloquiale, familiare, ma che, trascritta in modo errato, assume inevitabilmente contorni sinistri. L’idea era presumibilmente quella di “trattenere”, frenare l’impeto psicotico che da sempre caratterizza la musica del trio, mascherandolo sotto una coltre di maggior compostezza. Il tentativo, però, stavolta s’arena su una secca di prevedibilità. WIXIW manca di forza; per di più, sembra terribilmente succube dei Radiohead. La nebulosa galoppata notturna di Octagon, ad esempio, rimanda a Everything in its right place e, in generale, al campionario dell’epoca Kid A/Amnesiac. Stesso discorso per His and mine sensation e Ill valley prodigies (dagli accenti folk), con Andrew che, in entrambi i casi, indulge ad un falsetto pericolosamente simile a quello di Thom Yorke. Se la “tecnica” è la stessa degli oxfordiani, il suo impiego meno intellettuale è più sanguigno, ma non per questo più dirompente.
Non mancano, ovviamente, i motivi d’interesse: The exact colour of doubt, ad esempio, offre uno spaccato insolitamente estatico, trascinandosi con flebili pulsazioni tribali, bassi dal retrogusto dub e sei corde in delay, mentre Annual moon words tenta la strada del mantra psichedelico. Ancora meglio fanno le ossessive danze guerresche di WIXIW e Flood to flood, e la spettacolare fusion di techno e rock di Brats. Anche in questi momenti, però, non scompare la sensazione che nella scrittura del trio si stia affacciando un po’ di mestiere. WIXIW è insomma il classico capitolo minore in una discografia altrimenti ineccepibile.
