Che strani scherzi fa Richard Hawley. Tutti ormai lo consideravamo un fedele discepolo di Roy Orbison, Scott Walker, Lee Hazlewood ed Elvis Presley, con quel ciuffo impomatato, il crooning languido e l’amore per il country, il folk, il rockabilly e gli arrangiamenti orchestrali, ostentati nel corso di una carriera solista cominciata dieci anni fa (Late night final l’album d’esordio). E invece che ti combina l’ex Pulp? Se ne esce con un disco di psych-rock cupo e arrabbiato.
Colpa della crisi e dei tempi difficili che ci troviamo a vivere. Almeno stando a quanto dichiarato dal chitarrista inglese, il quale, nelle recenti interviste che hanno accompagnato il lancio dell’LP, s’è detto preoccupato per lo stato di salute della sua nazione e per le politiche di tagli al welfare adottate da Cameron. Standing at the sky’s edge, insomma, fotografa alla perfezione gli umori dell’uomo in questo primo scorcio degli anni ’10. Le liriche, intrise di solitudine, morte, senso di caducità e voglia di riscatto, vanno a braccetto con un impianto sonoro grandioso, che fa leva su una sezione ritmica ipnotica e chitarre ipersature. Il mix di Spiritualized, Verve, Oasis era Standing on the shoulder of giants e Paul Weller (quello più caciarone e lisergico di Heavy soul e Sonic kicks), però, convince solo in parte. Il raga elettrico di She brings the sunlight, ad esempio, colpisce più per l’elemento di novità che rappresenta nel repertorio del songwriter che per l’effettiva originalità. Stesso discorso per la bluesy Standing at the sky’s edge e Time will bring you winter, contesa tra inflessioni orientaleggianti e colate di feedback. L’impressione, insomma, è quella di una scrittura un po’ scolastica, prevedibile, che cura il dettaglio e ricerca l’effetto, tradendo così una certa superficialità. Esemplare, in tal senso, il rock’n’roll tirato di Down in the woods (qualcosa a metà tra Stooges e Hawkwind), che non va oltre il gradevole passatempo. Decisamente meglio fa Richard quando recupera la vecchia cassetta degli attrezzi e s’immerge nelle morbidezze di Seek it e Don’t stare at the sun (impreziosita però da un bel crescendo elettrico) o pennella il folk “metafisico” di The wood collier’s grave, che strizza l’occhio al Mark Knopfler di Sailing to Philadelphia. Accattivanti, comunque, il primo singolo, Leave your body behind you, ballad psych tra country, blues e pop-rock, e la nenia estatica di Before.
Luci ed ombre, insomma, nel nuovo lavoro del quarantacinquenne songwriter di Sheffield. La sensazione è che Hawley abbia cercato la svolta stilistica senza padroneggiare realmente l’ABC del genere e dunque finendo col confondere, come sempre accade in questi casi, la forma con il contenuto, il sound con il pathos. Forse sarebbe meglio ripescare i vecchi vinili di rockabilly e abbassare il volume dell’amplificatore…
