Le uscite soliste dei componenti di una band “di peso” sono sempre interessanti. Perché rivelano inclinazioni inusuali, amori insospettati, ispirazioni eterogenee, suggerendo letture diverse della produzione del gruppo-madre e della dialettica interna ad esso. Se poi il one-man-show lo fa uno come Lee Ranaldo, metà chitarristica tutt’altro che dolce dei Sonic Youth, l’attenzione si fa più che doppia. Al collega Thurston Moore lo lega la passione per il folk e la psichedelia (oltre che la tendenza alla deturpazione timbrica della sei corde), ma l’approccio è complessivamente più morbido e “pop”. In alcuni passaggi, infatti, Between the times and the tides fa pensare a dei R.E.M. un po’ più naïf imbastarditi con lo spirito acido dell’Albione degli anni ’60. Il riff di Waiting on a dream, ad esempio, deve parecchio agli Stones di Paint it black, ma la linea vocale e l’incedere scattante pagano pegno a Stipe, Buck e Mills. E ai tre paladini indie di Athens e al loro folk-rock guardano anche Off the wall (il primo singolo), Angles (condita da un efficace solo distorto), Lost (plane T nice) e Shouts (una litania ipnotica tra glaciali spoken words e morbidezze lisergiche).
L’immediatezza, insomma, è la caratteristica principale delle composizioni. Registrate con uno stuolo di amici (Nels Cline dei Wilco, Jim O’Rourke, John Medeski, Alan Licht, Steve Shelley e Irwin Menken), le dieci ballate dell’LP recuperano echi hippie ma tenendo i piedi ben piantati negli anni ’90 “indipendenti”. Solo con Xtina as I new her Ranaldo indulge esplicitamente alle tetre visioni della “gioventù sonica”: generalmente preferisce suggerirle, diluendo l’inquietudine e limitando al minimo le disarmonie. Perché in fondo Between the times and the tides è una vacanza, un bagno disintossicante, un divertissement d’autore che, tuttavia, possiede la genuinità e il senso di necessità che solo le operazioni oneste hanno. C’è il piacere di suonare, insomma, ma anche l’intimo bisogno di (ri)congiungersi con i propri amori musicali. I Beatles, ad esempio, che Tomorrow never comes cita sin dal titolo; Nick Drake, evocato dall’arpeggio cristallino di Hammer blows; i Pink Floyd e il George Harrison solista, omaggiati in Fire island (phases), il pezzo strutturalmente più complesso dell’intera raccolta, organizzato come una mini suite prog; o Neil Young, il cui spettro (filtrato dalla sensibilità dei Wilco) aleggia sul tramonto rosso fuoco di Stranded.
Malgrado i riferimenti a volte troppo espliciti (la vicinanza con i R.E.M., in particolare, è a tratti stordente), Between the times and the tides evita il pericolo della caricatura involontaria, proponendosi come gustosa dissertazione sulla forma canzone che non tradisce la sua missione originaria: suonare “pop” senza essere superficiale. Promosso.
