Creatura strana, questi Garbage. Sfuggente, per certi versi; per altri, perfettamente inquadrata nel sistema. E irrimediabilmente figlia degli anni ’90. Non solo perché in quel decennio trovò terreno fertile, raggiungendo il successo con una manciata di singoli e due album (l’omonimo debutto del 1995 e Version 2.0 del 1998) decisamente ben strutturati, ma anche per via delle coordinate di un sound che resta un marchio di fabbrica. Le loro partiture, virulente e sensuali al tempo stesso, si nutrivano di glam, grunge, new-wave, indie-rock e dance-pop. Un ibrido curioso, che ammiccava in egual misura al mondo alternative e ad MTV, parto della mente di tre super-producer del calibro di Duke Erikson, Steve Marker e Butch Vig (è l’uomo che ha confezionato, tra le altre cose, Nevermind dei Nirvana), e di una vocalist, Shirley Manson, dall’innegabile presenza scenica.
A ripercorrerne oggi la carriera viene un po’ da sorridere. In fondo, anche nei momenti migliori (pochi) la loro arte ha sempre privilegiato la forma a scapito del contenuto, regalando minuti di svago piacevole ma vacuo, superficiale. I limiti vennero fuori con Beautifulgarbage (2001) e si confermarono fatto strutturale con Bleed like me (2005), insipide collection di stereotipi che neppure il certosino lavoro di produzione è riuscito a preservare dalle insidie del tempo.
Sembrava dunque che l’avventura si fosse chiusa, con Vig tornato al ruolo di produttore (tra gli ultimi lavori, 21st century breakdown dei Green Day e Wasting light dei Foo Fighters) e la Manson impegnata con Paul Buchanan e Rivers Cuomo a realizzare un debutto solista che, tuttavia, non ha mai visto la luce (troppo poco radio-friendly per quelli della Geffen). E invece, eccoli di nuovo qui, tutti e quattro, alle prese con un album nuovo di zecca il quale, lo diciamo subito, si propone come ideale compendio di tutta la carriera della band.
Chitarre sature, bassi tesi, beat groovy, manipolazioni ed effetti di ogni sorta: come ai bei tempi, i Garbage non si fanno mancare nulla. Le undici tracce ammassano una quantità impressionante di segni fra elettronica e rock, nel nome di un’ipertrofia sonora che ha pochi eguali e non teme di sporcarsi col kitsch. In Automatic systematic habit, ad esempio, riecheggiano tanto Morricone che Madonna e i Daft Punk. Blood for poppies (il primo singolo) mescola sagacemente riff sinuosi à la Muse e una serrata filastrocca pop che confina con l’r’n’b. Control introduce persino un’armonica bluesy su un pattern fatto di sei corde fuzzose e lacerazioni sintetiche, con la melodia che richiama alla mente gli Smiths di How soon is now. Le pulsazioni minimali di Big bright world strizzano l’occhio in modo esplicito ai New Order, mentre in Felt la matrice post-punk è inserita in un contesto decisamente più psichedelico.
I hate love è un piccolo miracolo di equilibrismo, in cui la frenesia di un battito discotecaro si sposa alla perfezione con un languore decadente e un po’ retrò, mentre le chitarre vanno a braccetto con orchestrazioni digitali. Battle in me e soprattutto Man on a wire mordono con cattiveria industriale, catturando la prima con una melodia sexy ed efficaci stop’n’go, e la seconda con una progressione martellante ed un refrain killer. Non mancano ovviamente le ballate: ma le nenie noir della title-track e di Sugar, e l’addio commosso di Beloved freak (praticamente un plagio dei Placebo) precipitano nell’inconcludenza.
Nonostante la presenza di qualche buon passaggio, Not your kind of people è nel complesso inficiato dalla stessa malattia dei suoi quattro predecessori. Uno strano morbo si impossessa di te quando ascolti il disco, simile ad una vocina della coscienza che, mentre muovi la testa e i piedi a tempo, ti suggerisce implacabile l’idea che dietro la confezione luccicante, dietro gli ammiccamenti e le acrobazie sonore, ci sia ben poco. Premuto il tasto “stop”, la sensazione diventa certezza, e ti rimane l’amaro in bocca: un’altra occasione sprecata. L’ultima?
