Dei Great Lake Swimmers si può dire tutto, meno che non siano coerenti. Sin dall’omonimo esordio del 2005, i canadesi hanno perseguito un’ideale di ballata tra country, folk, pop e rock essenziale, scarna, fatta di pochi orpelli. La scrittura di Tony Dekker, leader indiscusso della band, si colloca nel solco di gente come Iron & Wine, Will Oldham, Cowboy Junkies, Graham Parsons e il Neil Young più pastorale, nel nome di un intimismo che rifugge decisamente i toni melodrammatici o sofferti e predilige i colori pastello della malinconia, del dolce abbandono. In alcuni casi, i risultati sono stati indubbiamente pregevoli: oltre al già citato debutto, anche il seguente Bodied and minds (2007) aveva dalla sua qualche bel numero, anche grazie ad un approccio più corale, meno da one-man-band e più da gruppo nel senso stretto. Peccato, però, che i nostri, in seguito, proprio nel nome quella (malintesa) “ostinazione” stilistica cui facevamo riferimento all’inizio, abbiano cominciato a riciclare idee e spunti, regalandoci dischi sempre più fiacchi, monotoni.
Visto l’andazzo, inutile aspettarsi da New wild everywhere una svolta. E infatti, la quinta fatica dei nordamericani ne conferma appieno la linea abituale, indulgendo ad un impasto di folk-rock, country e pop che non brilla né per inventiva melodica né per arrangiamenti. Dekker (voce, chitarra acustica, armonica), coadiuvato da Erik Arnersen (banjo, chitarra elettrica, harmonium), Bret Higghins (violoncello, contrabbasso), Miranda Mulholland (violino, backing vocals) e Greg Milson (batteria), imbastisce tredici composizioni il cui fascino retrò non basta a redimerle dalla colpa di non osare mai più del necessario. Accanto a passaggi più intimi e raccolti come Think that you might be wrong (arricchita da inflessioni soul e coretti femminili à la Leonard Cohen), The knife, Quite your mind (una strizzata d’occhio a Ryan Adams) e On the water, si collocano composizioni più briose come New wild everywhere (a tratti persino grintosa), la sbarazzina Changes with the wind, Easy come easy go (dall’incedere quasi stonesiano) e Ballad of a fisherman’s wife. In un caso o nell’altro, la sostanza non cambia: siamo dinanzi a motivi banalmente roots, di come se ne incidono a centinaia ogni giorno e che chiunque potrebbe aver scritto.
Per carità, la preparazione tecnica dei musicisti è fuori discussione, così come la raffinatezza dell’intera operazione, ma quella di New wild everywhere è un’eleganza che sa di senilità. Fossimo al cospetto di un altro gruppo, concluderemmo augurandoci un cambio di direzione, ma è evidente come nel caso dei Great Lake Swimmers un simile auspicio sarebbe una vana illusione.
