Magnetic Fields – Love at the bottom of the sea

Curiosi gli anni Zero dei Magnetic Fields. Per una band che ha fatto della commistione tra acustico ed elettronico uno dei tratti caratteristici del proprio sound, un decennio trascorso lontano dalle tastiere indubbiamente fa strano. Deve essersene accorto anche Stephin Merritt, il quale, dopo il pop-folk da camera di i (2004) e Realism (2010) e lo shoegaze virato noise di Distortion (2008), recupera ora la componente digitale del proprio sound. Il nuovo capitolo della sua avventura discografica, Love at the bottom of the sea, punta su arrangiamenti bizzarri, con strumenti inediti come swarmatron e cracklebox accanto a chitarra, archi, piano, corno, tuba, autoharp e fisarmonica. Soprattutto, il beat qui è pronunciato, vicino agli anni ’80 più synthpoppettari. Quello di Merritt è, per certi versi, un contribuito al revival electro tanto in auge oggi, ma un contributo estremamente personale, perché il recupero di sonorità tra Human League, Gary Numan e (primi) Depeche Mode avviene sotto le insegne del tipico mix di spleen decadente, sarcasmo e minimalismo lirico su cui il nostro ha impostato tutta la sua carriera. A dimostrarlo, il piglio quasi parodistico di Your girlfriend’s face (in odor di XTC), o God wants us to wait, sarcastico “inno” alla castità in chiave disco. Altro numero sintetico sui generis è The machine in your hand, in cui Merritt, cavalcando col solito baritono una melodia sfuggente, esprime il desiderio di trasformarsi in un telefonino per poter essere sempre con il proprio amato.

Altrove il tono si fa più oscuro: Infatuation (with your gyration) è una sorta di bignami dark-wave (Joy Division), contraddistinto da un incedere robotico e angosciato. Il folk depresso di I’ve run away to join the fairies e il valzer imponente di Born for love fanno pensare al Walker di Scott IV (1969) imbastardito con le tastiere. Le beachboysiane I’d go anywhere with you e The only boy in town (entrambe con Shirley Simms alle vocals), Andrew in drag, spiritosa confessione di Merritt sulle proprie preferenze sessuali («The only girl I loved was Andrew in drag») e la circense The horrible party alleggeriscono un po’ il clima. Notevole anche la serenata tex-mex di All she cares about mariachi.

Magari non è Holiday (1993), The charm of the highway streep (1994) o 69 love songs (1999), giusto per citare qualche “classico” dei Magnetic Fields, ma Love at the bottom of the sea rimane comunque un ottimo album, ennesima dimostrazione di come una canzone pop orecchiabile non sia, necessariamente, sinonimo di “giro di Do”.

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