Daniele Vicari – Diaz

C’è un filo sottile, rosso come il sangue, che lega Romanzo di una strage, la pellicola che Marco Tullio Giordana ha dedicato alla strage di piazza Fontana, e Diaz di Daniele Vicari, ispirato invece all’assalto della polizia all’omonima scuola di Genova durante il G8 del 2008. Il trait d’union tra le due opere, al di là della tempistica (entrambe sono uscite a distanza di poche settimane l’una dall’altra), risiede nella rappresentazione oscura del potere democratico. Il ritratto delle istituzioni del nostro Paese che emerge dai due film è impietoso, con pezzi di Stato che abusano ripetutamente delle loro prerogative, prima fomentando o partecipando direttamente alle violenze, e poi manipolando i fatti, innalzando una cortina di menzogne, ricostruzioni artefatte e prove fabbricate che sfidano il senso del ridicolo. Trentanove anni si frappongono tra i due episodi, eppure il malato continua a non essere in grado di guarire se stesso (come potrebbe?): nessun condannato per la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano, probabili (anzi, certissime) prescrizioni per i poliziotti-picchiatori che fecero irruzione nel quartier generale del Social Forum e per i loro superiori.

E così, come per Romanzo di una strage, anche dalla visione di Diaz si esce sgomenti, con un senso di angoscia che quasi mozza il fiato, incapaci di credere che ciò che si è visto (seppure nello spazio rassicurante di una sala cinematografica) sia effettivamente accaduto. Le manganellate degli agenti del VII Nucleo, della Digos e della squadra mobile, violente, rabbiose, sadiche; i manifestanti inermi, abbattuti come birilli; il sangue che imbratta pavimenti, pareti, termosifoni («Don’t clean up this blood», scriverà una manifestante il giorno dopo su un foglio appeso a una parete); le dichiarazioni ufficiali spudoratamente false, corredate dalla notizia del finto accoltellamento di un agente; le torture (come altro definirle?) nella caserma di Bolzaneto (ma forse sarebbe meglio chiamarlo lager). Eppure è tutto vero. Perché Vicari e Laura Paolucci, autori della sceneggiatura, con apprezzabile scrupolo filologico hanno basato il racconto sugli atti del processo. Nessuno, dunque, può accusare Diaz di essere un film partigiano. O per meglio dire, partigiano lo è: nel senso che si schiera dalla parte di una verità brutalizzata e calpestata – proprio come il cadavere di quel Carlo Giuliani ferito a morte in piazza Alimonda durante i giorni del meeting dei “grandi della Terra”.

Luca (Elio Germano), giornalista della «Gazzetta di Bologna»; Alma (Jennifer Ulrich), ragazza tedesca già traumatizzata dagli scontri dei giorni precedenti; Marco (Davide Iacopini), uno degli organizzatori del Social Forum; la giovane avvocato Franci (Camilla Semino); Anselmo (Renato Scarpa), pensionato e militante della CGIL; Nick (Fabrizio Rongione), manager venuto in città per partecipare ad un seminario di economia; gli anarchici francesi Etienne (Ralph Amoussou) e Cecile (Emilie De Preissac), tra i protagonisti delle violenze; Bea (Lilith Stanghenberg) e Ralf (Christian Blumel), i quali si fermano nella scuola in cerca di un posto in cui passare la notte: è attraverso i loro occhi che Vicari ricostruisce i fatti svoltisi tra il 21 e il 22 luglio. Nel testo filmico, fiction e immagini di repertorio e amatoriali si mescolano alla perfezione, ingabbiate in una struttura narrativa circolare, che spesso torna sui suoi passi per raccontare gli antefatti all’irruzione (indubbiamente il cuore della pellicola) da angolazioni differenti. Lo sguardo “dall’altra parte della barricata” è assicurato da Max (Claudio Santamaria), comandante del VII Nucleo. Figura ambigua, l’ufficiale, durante un corteo, si rifiuta di caricare, preoccupato dell’incolumità dei manifestanti; nel corso dell’assalto alla Diaz, poi, sembra rendersi conto dell’orrore in atto e ordina ai suoi di smettere, chiamando i primi soccorsi. Eppure, quando i feriti sono trasportati nella caserma di Bolzaneto, intuendo quanto sta per accadere (le torture, agghiaccianti, che Vicari offre però solo in minima parte agli occhi dello spettatore), se ne va a fare colazione con un collega. Desideroso di tornare a casa da moglie e figli, insomma, sceglie di voltare le spalle, di non guardare. Come molti altri, in quei giorni. E nei giorni seguenti.

Vincitore del «Premio del pubblico» al 62° Festival di Berlino, Diaz è un film terribile, sgradevole. Ma bello e, soprattutto, per nulla retorico, quasi lacerante nella sua sostanziale asciuttezza. Soprattutto, però, Diaz è un film necessario in un Paese che ha il vizio della memoria corta.

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