La musica degli Islands non è mai stata particolarmente prodiga di emozioni. Sin dall’esordio, l’ottimo Return to the Sea (2006), Nicholas Thorburn (voce, chitarra e tastiera) e Jaime Thompson (batteria) avevano mostrato un talento non comune nel mescolare un pop d’ascendenza a tratti beatlesiana con il folk, il prog e la psichedelia, ammorbidendo e smussando gli sperimentalismi lo-fi dei The Unicorns (esperienza dalla quale entrambi provenivano) e vestendoli di abiti più lindi. Certo, però, non si poteva dire che si trattasse di musica dall’alto contenuto emotivo, quanto piuttosto di un intelligente pastiche postmoderno, in cui il gioco citazionista e la bizzarria armonica primeggiavano sul feeling. La fuoriuscita del drummer già dal secondo LP, Arm’s way (2008), era coincisa con un calo d’ispirazione, che neppure la ricomposizione del nucleo storico della formazione in occasione delle registrazioni di Vapours (2009) era riuscito a lenire. Entrambi gli album sembravano aver smarrito la fantasia e l’imprevedibilità dell’esordio, in favore di sonorità più scontate, in cui certe deviazioni hip-hop, funky, rock e dance s’intrecciavano in trame in cui la cura formale andava a scapito dell’aspetto emotivo, per così dire.
Insomma, varietà stilistica e cura formale per i canadesi ma poco cuore (se ci passate la banalità dell’espressione). Ecco perché stupisce non poco l’annuncio della Anti, la label degli Islands, la quale ha presentato questo A sleep & a forgetting adoperando parole come “emozionale” e “introspettivo”. Thorburn (da sempre il compositore principale) ha partorito il full-lenght dopo la fine di una relazione. Lasciata New York per Los Angeles, il nostro, seduto al piano, ha composto una manciata di tracce che flirtano con il soul, reinterpretato in maniera ovviamente personale, senza cioè rinunciare a quella passione per il pop più colto che da sempre ne influenza la scrittura. Il tentativo, insomma, era quello di creare qualcosa che suonasse più diretto, immediato e sentito rispetto alle precedenti prove, eliminando barocchismi ed orpelli. Intenzione confermata anche dalle modalità con cui si sono svolte le session di registrazione, basate sull’approccio del live in studio e con rare sovraincisioni.
Tuttavia, se è vero quello che diceva Link Wray, secondo il quale «la musica soul è dolore», qui di sofferenza non è che se ne senta molto. Le undici ballate, pur ispirate dall’ascolto dei classici del genere come Smokey Robinson e The Temptation e dal folk intimista di Sibylle Baier, Maddy Prior e June Tabor, non si distaccano dai cliché di un northern soul facilotto, contaminato dall’approccio orchestrale di Harry Nilsson, da una vena retrò stile Roy Orbison e da qualche accento alternative a la Bright Eyes ultimo periodo. È questo il solco lungo il quale si muovono le placide meditazioni di This is not a song (organo da chiesa e chiusura affidata ad archi, che disegnano traiettorie di ampio respiro), In a dream It seemed real, No crying (dagli inconfondibili aromi anni ’50), Lonely love, Oh Maria, Cold again, Don’t I love you (un valzerino roots con chitarre manipolate) e Same thing (lento fraseggio di Hammond, beat sintetici e chitarra in picking leggero).
Non mancano i momenti più grintosi: le sbarazzine Hallways (con la melodia condotta da un piano alquanto vivace) e Can’t feel my face (in cui invece è un organo acido a scatenarsi in una sorta di pop dalle atmosfere surf) si riallacciano alla solarità del debut, di cui invece la più complessa Never go solo (percorsa da un pianismo martellante che muta pelle sino a mostrare inflessioni classicheggianti) riprende certe articolazioni simil-prog. Questi ultimi due sono i passaggi migliori della raccolta, in cui la scrittura di Thorburn mostra squarci di quella brillantezza e di quell’intelligenza un po’ naïf che gli aveva consentito di dare alle stampe Return to the sea, ad oggi il migliore lavoro degli Islands.
A sleep & a forgetting ci prova a voltare pagina, a puntare su un approccio maggiormente “cantautorale”, ma nel confrontarsi con un sound più classico per tentare di rielaborarlo alla luce dell’identità musicale del bandleader scade nella monotonia, consegnando alle stampe undici canzoncine troppo “educate” nelle armonie, nelle melodie, negli arrangiamenti, nella produzione (opera dello stesso Thorburn e di Evan Gordon). Un lavoro indie come se ne producono tanti, insomma, con l’aggravante di provenire da uno che in passato aveva dimostrato di saper fare molto meglio.
