Correva l’anno 2009, e l’uscita di Lovetune for Vacuum causò un piccolo terremoto nella scena indie/avant. Era da tempo, infatti, che non capitava di imbattersi in qualcosa di così “sentito”, urgente, sincero come l’LP di debutto di Anja Plaschg. Non era però solo una questione di feeling: nelle partiture della giovane (classe 1990) musicista austriaca si respiravano aromi diversissimi, apparentemente inconciliabili, eppure capaci di fondersi in un unicum inebriante. Echi di Cat Power, Nico, Kate Bush, Björk, Autechre, Aphex Twin ma anche Rachmaninov e Arvo Pärt s’affastellavano in composizioni che fondevano tecnica e potenza espressiva sotto le insegne di un romanticismo ora fragile ora tenebroso, ma comunque mai manierato.
Da quel piccolo gioiello sono passati tre anni ormai, con tutte le conseguenze del caso. Anja, all’epoca appena diciannovenne e alle prime armi, nel frattempo ha calcato i palchi di mezzo mondo e conosciuto il dolore della perdita (la morte del padre). È cresciuta, insomma. E Narrow riflette appieno questa maturazione artistica ed umana. L’impressione, infatti, è che l’artista s’immerga ancor più che in passato in antri di oscurità e sofferenza, e lo faccia con un tono più disilluso. Ciò, ovviamente, si riflette nella scrittura. Il ventaglio delle possibilità espressive non s’è ristretto: le otto tracce che compongono questo mini-disk (alcune delle quali per altro già ascoltate durante la recente tourneé europea) risultano inequivocabilmente figlie della stessa Weltanschauung tormentata che contraddistingueva il capolavoro del 2009. Esse, tuttavia, risultano più “concentrate”, meno inclini, cioè, a giocare sulle sfumature, più studiate. Ciò non toglie che Narrow sia un’ottimo lavoro. La classe della Plaschg è tale che neppure un pizzico di formalismo in più riesce ad imbrigliare la forza evocativa della sua musica.
Il mix, insomma, è sempre personale, originale. Basti ascoltare, ad esempio, Voyage voyage, cover dell’hit synth-pop di Desidereless del 1986, trasformata in un lieder notturno, in cui il piano, appena può, insiste su toni gravi e gli archi fasciano il tutto. Lo spirito è quello della chansonnier teutonica, e più che in passato sembra essere Nico il principale punto di riferimento: la struggente Vater (una commossa dedica al padre, che si trasforma in un grido tempestoso il quale, a sua volta, sfocia in un crescendo grandioso) e la più pacata Cradlesong ammiccano alle gemme di Marble index, ma senza la sgradevole impressione di essere dinanzi all’ennesimo plagio. Non manca, ovviamente, l’elettronica: i beat e i loop minacciosi di Deathmental tratteggiano uno scenario da incubo (memore di DDMMYYYY, uno degli highlight del precedente album). Parimenti terrificante è la progressione di Big hand nails down, in cui pianoforte ed elettronica affrescano un murale sonoro imponente, maestoso, mentre i sample e i sintetizzatori di Boat turns toward the port fanno da tappeto agli strazianti richiami della Plaschg, che si conferma vocalist di primissimo piano. La tenera Lost, invece, recupera il formato elegiaco.
A naso, verrebbe da dire che la musica di Soap&Skin stia cambiando, evolvendo verso qualcosa di nuovo, proprio come il baco si trasforma in farfalla. Solo che stavolta il processo potrebbe essere opposto: una sorta d’involuzione dal volo leggero del lepidottero all’immobilità muta del bozzolo. Un ripiegamento verso le tenebre dell’Io, a mo’ di una Diamanda Galas, ad esempio. Difficile dirlo: i mesi successivi ci forniranno le risposte che cerchiamo. Nell’attesa, gustiamoci quest’ennesima gemma, brillante d’un intensità rara che bacia solo i preziosi autentici.
