La precocità è uno dei tratti distintivi delle First Aid Kit. Neppure cinquant’anni in due, le sorelle Johanna e Klara Söderberg (rispettivamente classe 1990 e 1993) hanno all’attivo già un EP (Drunken trees, 2008) e due full-lenght, The Big black and the blue (2010) e questo The lion’s roar (2012). Per non parlare, poi, dell’ammirazione di colleghi come Fleet Foxes, Jack White, Bright Eyes e Patti Smith, la quale pare si sia commossa dinanzi all’esecuzione della sua Dancing barefoot al Polar Music Prize 2011. Insomma un background di tutto rispetto, il quale è valso alle due ragazze originarie di Enskede, un sobborgo di Stoccolma, l’attenzione e le lodi della stampa di settore («NME» in primis), pronta a collocarle tra le più interessanti realtà della scena nordeuropea.
Ora, non vorremmo fare i guastafeste, ma ci sembra che un ridimensionamento sia d’obbligo. Le Söderberg qualche freccia nella faretra ce l’hanno, ma la loro musica (un alt-folk con qualche deviazione country e un appeal smaccatamente pop) è francamente ben lontana dal possedere uno spessore tale da giustificare tanto interesse. La sensazione è che si sia di fronte a uno di quei fenomeni da hype – per altro nato dal web, come sempre più frequentemente accade di questi tempi: le due, infatti, nel 2008 si fecero notare per la prima volta fuori dai confini nazionali con la cover di Tiger mountain peasant song dei Fleet Foxes, poi inclusa nella ristampa di Drunken trees l’anno successivo. Le First Aid Kit affrontano con una certa grazia la tradizione americana, riletta sotto la lente della contemporaneità indie, ma è difficile trovarci qualcosa all’infuori di un garbo quasi “istituzionale”, che porta le due a non eccedere, a non sperimentare mai, assoggettandosi a quanto altri hanno già fatto.
The lion’s roar, insomma, non osa. Sintomatica, in tal senso, Emmylou, ballad country calligrafica, dedicata alle coppie storiche del filone, Emmylou Harris–Graham Parsons e June Carter–Johnny Cash. La title-track è un folk marziale impreziosito dall’innesto del flauto, mentre Blue scopre le carte e, complice le punteggiature del glockenspiel, si manifesta in tutta la sua (scialba) fragranza pop. To a poet sfodera un arrangiamento orchestrale, ma non lascia traccia, così come sfuma nel nulla anche I found a way, nonostante un refrain arioso e tutto sommato gradevole. New year’s eve ammicca alla Joni Mitchell di Blue, ma non va oltre l’imitazione, mentre King of the blue, con quelle trombe e quei violini, fa pensare a Beirut (ma occhio al featuring vocale di Conor Oberst). Più che il crescendo cameristico di To a poet e l’imponente e malinconica Dance to another tune (contraddistinta da un intermezzo dal gusto classicheggiante, dominato dagli archi), è soprattutto il mid-tempo commosso di In the hearts of man a colpire nel segno, con una linea melodica tanto semplice quanto efficace.
Ininfluente l’elegante produzione del Bright Eyes Mike Mogis (ex Lullabye for the Working Class): The lion’s roar rimane un prodotto medio, ben confezionato ma prevedibile, che nulla aggiunge a quanto hanno fatto o fanno i vari Mumford & Sons, Okkervil River, Johanna Newsom o The Tallest Man on Earth. Le Söderberg di strada da fare ne hanno ancora tanta. Del resto, il tempo è dalla loro. Se lo sia anche il talento, lo vedremo.
