Si scrive Diagrams ma si legge Sam Genders. C’è infatti il songwriter inglese, ex fondatore e membro di punta dei folktronici Tunng, dietro questo “geometrico” monicker. Registrato con uno stuolo di collaboratori (tra i quali spiccano Danyal Dhondy alle orchestrazioni, Laura Hocking alle vocals, Hannah Peel al trombone e Matt McKenzie e Tom Marsh alla batteria) e co-prodotto da Mark Brydon, Black light è il battesimo del progetto, ma non si può dire che sia esattamente una pietra angolare del pop contemporaneo. Rispetto al passato, il musicista di stanza nel Derbyshire suona decisamente meno lo-fi, ma sembra aver perduto qualcosa in termini d’impatto emotivo. In ossequio al nome scelto, nelle nove tracce che compongono il disco tutto è finemente cesellato, tutto è al posto giusto, ordinato, preciso. Ed è proprio questo il punto: Black light manca infatti di imprevedibilità e di profondità.
Le composizioni giocano con il synth-pop, il folk, l’indie ed influssi terzomondisti, incorniciate da archi suadenti e cantate dal nostro nel solito registro trasognato, ma se strappano qualche brivido, lo fanno solo nei primi secondi. Poi le partiture mostrano impietose tutta la loro leggerezza. Il che, di per sé, non sarebbe neppure un male (questa lievità “pop”, intendiamo), se non fosse che le premesse erano ben altre. Ed ascoltando con attenzione, tra le pieghe dell’album emerge chiaramente il tentativo di coniare un nuovo ibrido di ballata contesa fra tradizione e modernità, tra analogico e digitale: ma se il tema scelto è ambizioso e intrigante, lo svolgimento delude. I riferimenti sono piuttosto facili da individuare. Ci sono gli Hot Chip (il funk sintetico di Tall buildings), Sufjan Stevens (Antelope, art-pop saltellante con tanto di fiati), Tom Vek (Appetite), Elbow (il mix di aromi tribali e folk di Mills e Peninsula) e Peter Gabriel (Animal 8, fusione di elettronica, chitarrine indie e spunti etno). Gli ingredienti talvolta sono mescolati in modo anche intrigante (la suggestiva Night all night, dominata da una chitarra acustica, l’electro-pop con string suadenti di Ghost lit, o la danza sintetica della title-track), ma nel complesso la penna di Genders non graffia mai, prigioniera di una serie di stereotipi dai quali non riesce a liberarsi.
Peccato. Perché, ripetiamo, il progetto era accattivante e persino avvincente nel suo voler abbattere le barriere (anche geografiche) tra generi e sonorità, e l’ex Tunng è tutt’altro che un compositore mediocre. Ma Black light rimane al palo, carente di quel guizzo che riesca a risollevarlo da un’onesta medietà.
