“Shame”, “vergogna”. E in effetti questo lungometraggio dell’americano Steve McQueen (solo un’omonimia, nessuna parentela) di scandalo ne ha disseminato un bel po’ in quel di Venezia, dove è stato presentato in concorso alla 68a edizione della Mostra del cinema. L’argomento è scabroso: la dipendenza dal sesso, una deformazione del sano impulso erotico che spinge chi ne è affetto a cercare il piacere fisico come una droga.
È questa la patologia di cui è vittima Brandon, affascinante trentenne e professionista affermato che trascorre le sue giornate tra amplessi consumati con sconosciute, prostitute, video porno e masturbazioni compulsive. L’arrivo della sorella, la fragile ed emotiva Sissy, scompagina ancor di più la sua esistenza, ne mina l’apparente equilibrio: si scatena una spirale autodistruttiva che condurrà entrambi ad un passo dal baratro. Ad un passo, perché per fortuna tutti e due, in un modo o nell’altro, riusciranno a salvarsi. Se definitivamente o meno questo non è chiaro.
La sensazione è che i due fratelli, più che un solido approdo, trovino una scialuppa di salvataggio a cui aggrapparsi, ma non è detto che all’orizzonte si profili un bastimento pronto a recuperarli. Sul finale, lo sguardo di Brandon, che in metro s’imbatte per la seconda volta nel corso della pellicola in un’affascinante donna sposata, la quale mostra chiaramente di essere pronta a misurarsi con l’esperienza trasgressiva dell’incontro carnale con lo sconosciuto, è stanco, provato. Impossibile, dunque, stabilire se sia liberato dalle proprie ossessioni. Difficile, comunque.

Brandon è un uomo posseduto da un demone oscuro, da una sorta di cupa rabbia che nasconde dietro la maschera del manager affermato, del ragazzo dai modi gentili e sicuri. La sua è una maschera che, progressivamente, mostra più di una crepa (le lacrime che rigano il volto imperturbabile durante un’esibizione della sorella, cantante jazz), fino ad esplodere. L’ultima mezz’ora del film è un’immersione in un abisso di turpitudine e perversione, con l’uomo che, in preda ad un folle istinto autodistruttivo, prima approccia pesantemente una ragazza in un bar, provocando il fidanzato fino a farsi malmenare selvaggiamente, poi compie una sorta d’esplorazione dantesca in un gay-club (con tanto di rapporto consumato con un estraneo) ed infine si reca da due prostitute, con le quali trascorre la notte.
Il mattino dopo, tornato a casa, trova la sorella in un lago di sangue, le vene dei polsi recise. Da qui potrebbe partire il riscatto del protagonista, ma come detto non è possibile stabilire se ciò accada realmente. «If I can make it here/ I’ll make it everywhere», “se ce la faccio qui/ ce la posso fare ovunque” canta Sissy nel club in cui s’esibisce, ma nella New York livida di Shame, (post)moderna Sodoma e Gomorra, il rischio di capitolare è altissimo. A McQueen, insomma, non interessa illustrare una parabola di redenzione, né indagare la genesi della crisi interiore di Brandon (e della sorella): «We’re not bad people. We just come from a bad place» (“non siamo cattive persone. Soltanto veniamo da un brutto posto”) afferma Sissy nel tentativo di consolare il fratello, è questo è tutto ciò che il regista ha da dire sull’argomento. Non è difficile tracciare un collegamento tra Shame e il primo lungometraggio del cineasta, Hunger, incentrato sulla figura di Bobby Sands, terrorista dell’IRA. Lì il protagonista (interpretato sempre da Michael Fassbender) si lasciava morire di fame in una prigione inglese. In Shame, alle sbarre di una cella s’è sostituita una prigione tutta mentale, e il corpo, anche qui degradato a mero strumento, non è più veicolo di una possibile liberazione, semmai di condanna.

Il desiderio, vero e proprio motore dell’agire umano, che non conosce barriere morali, è il convitato di pietra al banchetto di Shame. Che sia desiderio di godimento sessuale (Brandon) o d’affetto (Sissy, che tempesta di telefonate supplichevoli e umilianti gli uomini a cui si lega), non importa: il punto è che esso, pur se inseguito spasmodicamente, sino allo stremo delle forze, rimarrà sempre inevaso. È questa la condanna dei due fratelli. In una città che consuma corpi, abbracci e affetti senza pietà, in cui tutto si muove alla velocità della luce e l’edonismo è la regola, Brandon e Sissy, con il loro bagaglio di ossessioni, sono in tal senso irrimediabilmente destinati ad una sorta di tragico isolamento.
McQueen, un passato di videoartista alle spalle, racconta con maestria ed un’innegabile senso estetico la vicenda di quello che sembra essere un personaggio uscito dall’universo di depravazione ellisiano, un Patrick Bateman dei giorni nostri. Le scene di sesso, per quanto esplicite, non sono mai compiaciute o morbose, ma perfettamente al servizio della narrazione, cariche di un’eleganza fredda, che trasmette tutta la vacuità del esperienza, la superficialità del contatto. Ad accrescere la potenza narrativa e figurativa dell’insieme, oltre ad una sceneggiatura che, come già detto, evita la trappola dello psicologismo spicciolo e del sociologismo d’accatto, rifiutando ogni tentazione eziologica o moralismo, la fotografia livida di Sean Bobbit e l’interpretazione di Carey Mulligan (nei panni di Sissy) e del già citato Fassbender: quest’ultimo, in particolare, stupisce con una performance a dir poco stellare, tutta giocata (sembra un paradosso per un film tanto “fisico”) sullo sguardo, sul gesto essenziale, rendendo alla perfezione la sofferenza e il dramma di un uomo vittima di un’inferno tutto privato.
