Rich Aucoin – We’re all dying to live

Justice, Daft Punk, ma anche Sufjan Stevens, Flaming Lips, Arcade Fire: tracciare una cartografia del variopinto mondo musicale di Rich Aucoin non è cosa facile. Ennesimo figlio di quel Canada che nel corso dell’ultimo decennio ha partorito alcune delle più intriganti novità musicali, questo giovanotto dall’aria strlaunata non si può dire che ami rendere le cose facili ai critici. Per fortuna. Perché le sue partiture sono un caleidoscopio di umori pop, folk, dance e rock in salsa arty, che citano e ammiccano a destra e a manca con una finta naiveté dietro la quale si nasconde, invece, un’intelligenza brillante, acuta e, soprattutto, consapevole. Lo spirito è quello del “musicista da cameretta”, l’elaborato un mix postmoderno di tendenze diversissime, unificate da una scrittura che, tramite il collante della melodia, riesce ad erigere architetture dalle forme solo apparentemente lineari. We’re all dying to live è il debutto di Aucoin, ma per ricchezza e padronanza dei mezzi espressivi non ha nulla da invidiare a opere di altri veterani della scena alternative. Anzi, in esso si ritrova un crogiolo di umori, quell’intreccio di sfacciataggine, malinconia e enfasi che solo chi s’affaccia per la prima volta sulla scena musicale riesce a modulare con tanta spontaneità ed abilità.

The morning becomes ecletic overture, posta per l’appunto in apertura di album, è una dichiarazione d’intenti. Nelle orchestrazioni e nella linea melodica tracciata dal piano riecheggia Win Butler, solo più festoso. Ma c’è anche altro. C’è un sitar, per esempio, e poi spruzzi di elettronica che colorano qua e là il pezzo e manipolazioni che sporcano il crescendo, impendendo al tutto di scadere nell’imitazione. All you cannot live without apre con i fiati e intona una specie di lenta ninna nanna celestiale, con i synth a stendere un morbido tappeto; il battito marziale della batteria lentamente conduce il brano verso lidi corali, in bilico tra tenerezza ed enfasi. P:U:S:H:, invece, si sposta sui territori della dance robotica, mentre We must imagine Sysiphus/ourselves happy è un altro gioiellino melodico, propulso da un beat incessante che fa tanto kraut. Basso pulsante, riff hard-rock e cigolii elettronici sono gli elementi su cui si fa perno 1929-1971, la quale anticipa la veemente arringa Watching, wishing, waiting, la cui coda rumorista precipita nella stasi sintetica di Please give this to Seymour Stein. Brian Wilson is A.L.I.V.E. (All Living Instantly Vanquish Everything) non c’entra davvero nulla con il leader dei Beach Boys: è uno spudorato esercizio di revival disco-funk in salsa electro (MGMT?) a cui fa da contraltare l’elegia pianistica di We’re all slaves to the two-four, solo 56 secondi, ma decisamente intensi.

L’altalena stilistica si unisce all’alternanza di brevi pièce (strumentali o cantate) che fungono da apertura o chiusura di composizioni più lunghe, generando un flusso di suoni e parole tutt’altro che informe e sconclusionato. L’eccentricità debordante di Aucoin, il suo barocchismo, non sono mai tediosi o autoindulgenti. Undead pt. 1: estrangement è un piccolo saggio di (apparente) schizofrenia: sbarazzina nella prima parte, vira verso il post-punk (basso galoppante e cantato oscuro) per poi dar sfogo ad una carica epica che era lì lì per esplodere, mentre nella successiva e martellante Undead pt. 2: reconciliation trovano posto anche fiati morriconiani. Roba che quasi non t’aspetteresti il minimalismo di Living to die, che progressivamente perde di fisicità per ridursi ad un’eco proveniente da chissà quale distanza. La gemella Dying to live, invece, intona una struggente melodia polifonica e sospesa, qualcosa a metà tra Pink Floyd e Flaming Lips.

Imprevedibile, divertente, colto, l’art-pop di Rich Aucoin sicuramente tra le sorprese di questo 2011. Il ragazzo può farne molta di strada. Merita di essere tenuto d’occhio.

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