Yuck – Yuck

The colorful life (2008), debutto dei Cajun Dance Party, fu un piccolo caso discografico. Prodotto da Bernard Butler ed apprezzato anche da un mostro sacro come Thom Yorke, l’LP fece assurgere agli onori della stampa di settore Robbie Stern, Daniel Bloomberg, Vicky Freund, Max Bloom e Will Vignoles grazie ad un pop-rock che guardava tanto oltreoceano (Arcade Fire, Death Cab for Cutie) quanto in casa propria (Arctic Monkeys, Belle and Sebastian, Radiohead). La favola durò poco, un anno appena: nel 2009, infatti, Bloomberg e Bloom lasciarono la band per dar vita ad un nuovo progetto, gli Yuck, le cui coordinate sonore, a giudicare da questo primo album, sono completamente differenti.

Che una certa vena college alimentasse anche The colorful life è indubbio: lì, tuttavia, le inflessioni indie erano mescolate ad un sound smaccatamente brit che, complice il lavoro alla consolle dell’ex Suede, rinunciavano ad ogni potenziale spigolosità. Non così si può dire, invece, per questo debut. Coadiuvati da Mariko Doi (basso), Jonny Rogoff (batteria) e Ileana Bloomberg (vocals), Daniel e Max (impegnati alla voce e alla chitarra) si sono divertiti a giocare con i Pavement, senza dimenticare Sonic Youth e Dinosaur Jr. L’approccio alla composizione, insomma, è volutamente lineare, il mood tipicamente “adolescenziale”: pezzi a base di ritmiche energiche e chitarre ultra-sature si alternano a ballate agrodolci, con il minimo comun denominatore di una produzione lo-fi. Tutto il full-lenght, insomma, suona come una furba revisione del rock alternativo degli anni ’90 (anche se qua e là sfugge, com’è ovvio, qualche inflessione british), ma il giochino, se non si commette l’errore di prendere Bloomberg e soci sul serio, risulta tutto sommato divertente.

Il power-pop di Get away, posto proprio in apertura di album, è piuttosto esemplificativo delle intenzioni del gruppo: mescolare in brani dalla struttura decisamente pop J Mascis, Stephen Malkmus, Weezer e Thurston Moore. Sulla stessa scia Hooling out e Operation (la più intrigante del lotto, con il riff saltellante e il cantato filtrato), mentre in The wall e soprattutto in Georgia (che ammicca ai The Pains of Being Pure at Heart) emergono chiaramente aromi shoegaze. Sono le ballate ad essere tuttavia predominanti. Pigre, indolenti, sempre in bilico tra malinconia e depressione, Shook down (dall’impianto acustico), Suicide policemen, Suck (cullata da una morbida slide), Stutter e Sunday rappresentano altrettanti graziosi tributi ai Pavement e alla scena college americana di vent’anni fa.

Le sorprese, però, gli Yuck se le riservano per il finale. Si tratta, segnatamente, di Rose gives a lilly e Rubber. La prima corregge il post-rock introverso dei Red House Painters con un crescendo à la Mogwai, mentre la seconda, pur chiamando in causa ancora Braithwaite e soci (evidente il debito soprattutto nell’imponente crescendo rumorista), indulge maggiormente nel tipico sound granuloso e uggioso dei My Bloody Valentine. Sono queste due, a nostro avviso, le intuizioni migliori dell’album, quelle che lasciano sperare in un futuro interessante per la band londinese. Per il resto, l’originalità è quella che è, anche se la grinta e l’approccio sbarazzino, sfrontato, potrebbero riservare, in futuro, qualche sorpresa…

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