Lou Reed e Metallica – Lulu

Galeotta fu la celebrazione dei 25 anni della “Rock’n’Roll Hall of Fame” tenutasi il 30 ottobre del 2009 al Madison Square Garden. In quell’occasione, il cantore per eccellenza del lerciume dei bassifondi della Grande Mela e gli indiscussi capofila del trash-metal, si incontrarono e si esibirono assieme nella cover di due soli brani, ma di quelli che hanno fatto la storia: Sweet Jane e White Light/White Heat. Da lì, l’idea: perché non unire le forze e registrare assieme qualcosa? Quando nell’agosto di quest’anno fu data l’ufficialità al progetto ed indicata la data del 31 ottobre per la release mondiale di “Lulu”, un misto di attesa, curiosità ed inevitabile scetticismo si diffuse tra addetti ai lavori e fan. L’incontro, sulla carta, non sembrava dei più felici (la nobile e raffinata decadenza dell’ex Velvet Undeground contro il becero e possente sound del quartetto di Los Angeles), senza contare che sia Reed che Hetfield e soci non erano in uno momento propriamente sfavillante della loro carriera: il primo, dopo “Ecstasy” (2000), aveva prodotto una serie di album trascurabili (tra i quali il concept “The Raven”, ispirato ai racconti di Poe), mentre la formazione californiana, tentata la strada del rinnovamento (“St. Anger”, 2003, che strizzava l’occhio al nu-metal), aveva ripiegato sul revival anni ’80 (“Death Magnetic”, 2008), con risultati ugualmente deludenti. E dunque c’erano tutte le premesse perché il bizzarro incontro si traducesse in un fiasco colossale.

E invece, con nostra grande sorpresa (eravamo tra i dubbiosi, lo ammettiamo), “Lulu” è un ottimo lavoro. Punto di partenza è l’omonimo personaggio creato dal drammaturgo tedesco Frank Wedekind e immortalato in due opere, Lo spirito della terra (1896) e Il vaso di Pandora (1904). La vicenda di questo prototipo della femme fatale fu portata al cinema da Georg Wilhelm Pabst nel 1929 e, in tempi più recenti, è diventata un musical grazie a Robert Wilson, col quale Reed ha deciso di tornare a collaborare (dopo l’esperienza di “The Raven”) scrivendo le tracce poi entrate nella scaletta di “Lulu” dopo esser passate tra le mani dei Metallica, i quali, con la scusa di conferire alle partiture una nuova veste, hanno aggiunto il loro personale contribuito.

Il risultato è una sorta d’incrocio tra i reediani “Berlin” (1974) e “New York” (1989), e “Master of Puppets” (1986) e “Load”(1996) dei losangelini, ed è una crasi tutt’altro che disprezzabile. L’universo di perdizione, dissipazione e violenza in cui si muove la protagonista è tratteggiato mediante il ricorso a brani lunghi ed articolati (otto, per un totale di 87 minuti circa di ascolto complessivo) in cui la formula predominante è quella della jam-session, sulla quale svetta il recitato di Reed, che gioca a fare il Burroughs della situazione, declamando con piglio veemente e quella voce unica i propri splendidi versi. Banditi quasi del tutto gli assoli, Hetfield, Hammett, Trujillo e Ulrich si guardano bene dallo strafare, mettendosi al servizio delle composizioni, evocando atmosfere oscure, opprimenti, rallentando i riff e poi accelerando all’improvviso (The View, il primo singolo estratto, Frustration, con sospensioni interlocutorie e aperture quasi stoner), giocando con orchestra, ritmi marziali e feedback e portando il tutto all’esasperazione, al collasso (Pumping Blood), sfoderando assalti in perfetto stile trash (Mistress Dread), intessendo trame acustiche tutt’altro che rassicuranti (Little Dog), evocando incubi distorti che strizzano l’occhio a “Metal Machine Music” (Dragon) o commuovendosi con certi slanci epici (Junior Dad, la catarsi finale, con il cantato, più soft, sorretto da un arpeggio delicato ed una chiusura orchestrale). Gli unici due pezzi più assimilabili al formato della canzone sono Brandenburg Gate e Iced Honey (che fa pensare ad un’outtake di “New York”).

“Lulu” non è comunque un disco perfetto: la tensione qua e là cala (si ascolti, in particolare, Cheat on Me, con un’intro avant) e un pizzico di fantasia in termini d’arrangiamento avrebbe sicuramente giovato. Nonostante ciò, però, la qualità di alcune composizioni (impressionanti in special modo Pumping Blood, Frustration, Dragon e Junior Dad), arricchite dalla performance di una band in forma e da un’interpretazione energica come da tempo non si ascoltava di Reed, rimarchevole anche sotto il profilo lirico, fanno pendere l’ago della bilancia oltre la sufficienza. Un lavoro coraggioso, “sentito”, in grado di strappare più di un brivido: cos’altro chiedere ad un album rock?

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie