Rowan Joffé – Brighton Rock

L’impressione è che il cinema debba davvero molto a Graham Greene. Da Fritz Lang a Philip Noyce, da John Ford a Carol Reed, da James Cagney a Otto Preminger: sono moltissimi i registi che, dalla metà degli anni ’30 in poi, si sono cimentati con trasposizioni letterarie delle sue opere, un mix di thriller e spy-story dai risvolti politici contraddistinto da un sottotesto fortemente religioso (il tema della lotta tra bene e male, il peccato). Brighton Rock è una delle novelle più celebri dell’americano. Pubblicata originariamente nel 1938, la storia di Pinky e Rose (giovane gangster sociopatico lui, tenera e fragile fanciulla perdutamente innamorata lei) era già stata portata sullo schermo nel 1947 da John Boulting, con Richard Attenbrough e Carol Marsh nei panni dei protagonisti e lo stesso scrittore britannico in qualità di co-sceneggiatore assieme a Terence Rattigan. Rowan Joffé, figlio di Roland, sino a ieri screenwriter dalle alterne fortune (28 settimane dopo, The american) per il suo debutto cinematografico ha scelto di cimentarsi con l’opera greeneiana. Ne è venuto fuori un ottimo prodotto, un noir dalle tinte cupe in cui l’attenzione si concentra sull’elemento melò. Non è però l’unica differenza rispetto al romanzo.

Tanto per cominciare, l’azione si sposta dalla Brighton degli anni Trenta a quella dei primi anni Sessanta. In quel periodo, la Gran Bretagna tutta vive un momento di gran turbolenza: la rivolta giovanile impazza, generando caos e disordini. Mod e Rockers si fronteggiano per le strade in scontri sempre più sanguinosi, manifestando in forme violente tutto il disagio di una generazione che, da lì a qualche anno, sfocerà nella controcultura sessantottina. Pinky, giovane membro di una gang, decide di vendicare la morte del suo mentore, fatto fuori da un uomo della banda rivale, capeggiata da Mr Colleoni. Egli pertanto trova e uccide il sicario responsabile, Hale. Ambizioso ed evidentemente disturbato, fa poi massacrare il suo nuovo boss, Spicer, vendendolo al mafioso italoinglese (il quale, tuttavia, cerca di ammazzare anche lui). Nel frattempo, il giovane intrattiene una relazione con la cameriera di una sala da tè, Rose: comincia a frequentarla semplicemente per rubarle lo scontrino datole da un fotografo, che l’ha immortalata sul ponte assieme ad Hale e Spicer il giorno dell’esecuzione del primo. Per scongiurare definitivamente il rischio che la ragazza possa parlare, arriva a sposarla, giacché la legge inglese vietava che qualcuno potesse esser chiamato a testimoniare contro il proprio consorte.

Pinky apparentemente non ama Rose. Anzi. Nella scena in cui la ragazza gli chiede di registrare la propria voce su un vinile per le, il protagonista dichiara, non udito, di odiarla profondamente. Eppure. Eppure, anziché ucciderla, la lega sempre più stretta a sé. Istinto di autodistruzione o una specie di nascosto affetto per quella giovane dai modi tanto dimessi? Rose, con la sua timidezza, l’aria smarrita e ingenua, è tutto l’opposto della navigata e seducente Ida, proprietaria della sala da te, nonché ex amante di Hale. Decisa a vendicarne la morte, la donna ingaggia una dura lotta a distanza con Pinky, cercando l’appoggio di Colleoni e, contemporaneamente, di indurre Rose ad aprire gli occhi sulla vera natura dell’uomo che ha sposato. La ragazza, tuttavia, è inamovibile: anzi, si mostra piuttosto resoluta nel respingere i tentativi di Ida di intromettersi tra lei e il marito. Spirito romantico, anch’ella, come il consorte, sembra votata all’autodistruzione: la differenza è un maggior grado di consapevolezza. L’ambiguità della coppia nasce anche dal cattolicesimo dichiarato di entrambi, il quale, tuttavia, non è un freno ad uccidere per l’uomo, e a mentire ed occultare per la donna. Neppure Ida è esente da contraddizioni. Seppure in alcuni frangenti appaia sinceramente interessata alla sorte di Rose, la sensazione è che in realtà la consideri semplicemente come una carta da giocare per raggiungere il proprio obiettivo: la vendetta.

La riflessione sulla contrapposizione tra morale cattolica e laica (rappresentata, in un certo senso, dalla pragmatica Ida) è nel film più sfumata rispetto al romanzo. Il finale scopre definitivamente le carte. Rose, rimasta sola dopo la morte dell’amato, è rinchiusa in un ricovero fatiscente. Una notte, silenziosa, sguscia dal suo letto ed afferra il giradischi di una compagna di camerata. Vi piazza sopra il vinile inciso da Pinky e, sorpresa, la puntina si incanta sulle parole «ti amo» («Quello che tu vuoi che ti dica è: ti amo. Ma non è così» era la frase completa registrata dal marito). In qualche modo, insomma, ella può “salvarsi” dalla disfatta totale, continuando a perpetrare l’illusione di un sentimento incontaminato che, nella pratica, forse non è mai esistito. «Credo che sia un dannato miracolo che la natura abbia instillato dell’amore in tutti quanti noi uomini, Ida. E in ogni donna. Anche se, in alcuni di noi, è inutile come un’appendice». Queste parole, pronunciate sul finale da Phil Corkery durante una conversazione con Ida, racchiudono forse il succo dell’intera storia.

Joffé insomma mette in scena una torbida parabola di ascesa e caduta senza redenzione alcuna, un melodramma sulle illusioni che ci costruiamo per andare avanti e, insieme, il ritratto potente di un uomo tormentato da una serie di demoni privati, di cui nessuno – neppure Rose – è mai messo a parte. Pinky è un sociopatico (gira con una boccetta d’acido in tasca per sfigurare i nemici) e un violento, un antieroe tenebroso (letteralmente: penombra o oscurità per lui quanto è in scena, mentre la compagna è avvolta da una luminosità quasi virginale) al quale la recitazione asciutta e nervosa di Sam Riley (già ammirato nei panni di Ian Curtis nello splendido Control di Anton Corbijn) conferisce un notevole spessore. Ma il resto del cast non è da meno, con Andrea Risenbourough capace di rendere quel misto di fragilità e rigida determinazione che anima Rose e soprattutto la grandiosa Helen Mirren ad ammaliare con la sua sensualità discreta. L’ottima sceneggiatura e una regia sapiente evitano lungaggini narrative e tempi morti, consegnandoci un film da annoverare tra le cose migliori della stagione cinematografica appena trascorsa.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie